venerdì 15 settembre 2017

Risposta ufficiale all'ennesimo volantino su Halloween

A quanto pare quest'anno ci tocca inizare i lavori in anticipo. Siamo solo a metà settembre e già cominciano a circolare i soliti volantini contro Halloween, pieni di stupidaggini medievali e notizie false.
Giusto l'altro ieri ci è arrivata la segnalazione del volantino che vedete in foto e, naturalmente, la nostra risposta ufficiale non si fa attendere (le trovate subito sotto la foto). Vi preghiamo come sempre la massima diffusione della notizia su tutti i vostri social affinché la piaga degli haters di Halloween scompaia una volta per tutte.



Punto 1 - Alcuni fanatici anti-Halloween anni fa inventarono un certo "dio della morte dei Celti" chiamato Samhain, che - sempre secondo loro - sarebbe stato un dio-demone assetato di sangue. Naturalmente non è affatto così. Samhain è il nome originale della festa che significa "fine dell'estate" e segnava il ciclo agreste e il passaggio all'inverno, insieme alla commemorazione dei defunti. Punto.
L'unica divinità che si occupata di vita e morte era Sucellus*, ovvero il "buon battitore" che con il suo martello divino donava la vita o la morte a seconda dei casi. E riflettendoci sopra anche il Dio dei Cristiani dona la vita e la morte a seconda dei casi, cioè se "è giunto il momento".
Basta aprire un qualsiasi libro sulla religione dei Celti per scoprire che non esisteva nessuna entità malefica visto che essi non avevano il concetto di divinità votata al male.
Così come non avevano alcun "offerta o maledizione". Treak or Treat viene da "offerta o inganno" (nel senso di presa in giro) perché nell'antichità era così importante donare qualcosa che chi non vi partecipava era considerato uno sgarbato, perciò gli veniva riservato un trattamento di emarginazione o gli veniva fatta qualche burla.

Punto 2 - Non è assolutamente vero che durante la notte di Halloween si registrano i più alti numeri di crimini, è una bufala inventata di sana pianta. Anzi i dati ufficiali (ansa, istat, ecc...) dicono che il più alto numero di crimini e incidenti si registra la notte di capodanno e che - invece - la notte di Halloween fa registrare lo stesso identico numero di crimini e incidenti di qualsiasi altro giorno dell'anno. Tre anni fa avevamo compilato uno specchietto con i dati ufficiali, sarà nostra premura pubblicarne uno aggiornato appena possibile.

Punto 3A - Nel 2017 non è più accettabile che il satanismo venga accostato a qualsiasi cosa non piaccia alle branche più estremiste cattoliche, evangeliche e cristiane in generale, visto che non siamo nel Medioevo, ma - appunto - nel 21esimo secolo. Halloween è l'eredità di un'antica festa europea dedicata al ciclo stagionale al ricordo dei propri cari. Se il satanismo decide di usarla per il proprio comodo, ciò non fa della festa in alcun modo una ricorrenza satanista. Infatti vogliamo ricordare che le maggiori feste cattoliche come Natale e Pasqua hanno origine da antiche feste pagane.

Punto 3B - Negli Stati Uniti non esiste nessuna festa chiamata "notte del diavolo". Questa bufala è nata a seguito del film "Il Corvo" in cui la trama indicava il 30 ottobre (e non il 31) quale giorno di violenta criminalità da parte di un gruppo di invasati... insomma è un'invenzione cinematografica e non un dato sociale. Tra l'altro è una grossa offesa per tutti gli Statunitensi... ma d'altronde chi ha redatto questa serie di stupidaggini non si è nemmeno posto il problema che il volantino stesso costituisca una grave offesa all'intelligenza delle persone, figuriamoci se poteva preoccuparsi di non offerdere gli USA.



Concludiamo dicendo che troviamo assurdo che in epoca moderna si utilizzino dati falsi e inventati per dare credito alle proprie superstizioni e che queste superstizioni siano per certa gente più importanti del rispetto degli altri.
Quando vedete volantini del genere o leggete sciocchezze simili non esitate a controbbatere. Combattiamo tutti insieme l'ignoranza con la conoscenza!

Lo Staff del progetto "Le vere origini di Halloween"




NOTE:
*Sucellus: https://it.wikipedia.org/wiki/Divinità_celtiche#Divinit.C3.A0_minori

Invenzione cinematografica del film "Il Corvo": https://www.cinquecosebelle.it/cinque-cose-che-forse-non-sapete-sul-film-il-corvo

martedì 1 novembre 2016

Grazie a tutti!


Quest'anno il lavoro è stato intenso e profondo: abbiamo scoperto le origini in parte italiane della festa di Halloween; abbiamo visto un migliore approccio da parte dei media che hanno preferito parlare correttamente anziché demonizzare.
Abbiamo anche osservato un crescendo di persone sempre meno disposte a credere alle fandonie propinate dai fondamentalisti cattolici e abbiamo ricevuto i complimenti da parte di cristiani e addirittura di parroci che ci supportano e condividono le nostre iniziative.
Dal 30 settembre i nostri follower di facebook sono cresciuti di 1000 unità, mentre quelli su Instagram sono aumentati di più di 150: due traguardi di tutto rispetto.
Molti giornali, riviste e radio ci hanno intervistate o hanno parlato di noi, mentre in tutta Italia voi sostenitori e attivisti organizzavate eventi, distribuivate volantini e portavate un po' di cultura laddove mancava.

Insomma, questo 1° novembre - che per i Celti segnava il capodanno - rappresenta una vera svolta, un nuovo inizio per quanto riguarda la verità su Halloween.
Siamo certe che parte di questa rivoluzione positiva sia da attribuire al nostro lavoro (e con "nostro" intendiamo noi 4 più tutti voi migliaia di sostenitori) e al buon esempio che in questi 4 anni si è cercato di diffondere.

Ed è quasi da non credere che, nonostante la mole enorme di lavoro svolto, non siamo riuscite comunque a fare tutto ciò che ci eravamo prefissate i primi di settembre. Il che è un bene, perché significa che la risposta a questo progetto è folta e spontanea.
Rimandiamo quindi una manciata di lavori al prossimo anno, che - ve lo diciamo già - sarà pieno di incredibili novità e tantissime sorprese per voi.

E non finisce qui! Ottobre è terminato da poche ore, ma non è il caso di riporre le zucche. Nei prossimi giorni pubblicheremo tutte le vostre testimonianze e le vostre foto, insieme ad alcuni articoli riguardati gli strascichi folcloristici di Samhain. Rendete anche voi questo novembre pieno di ricordi mandandoci le foto del vostro 31 ottobre.

Seguiteci su facebook e ne vedrete delle belle.

venerdì 28 ottobre 2016

Scoprire Halloween assieme ai bambini



di Elena Salatin



Anche se molti genitori ancora tendono a “proteggere” i propri figli da questa festività, che nell'immaginario collettivo è vista come cupa e macabra, Halloween è innanzitutto la festa dei bambini.

Solitamente i genitori tendono a negare ai figli la possibilità di fare esperienze comunemente considerate negative o affrontare le proprie paure in una sorta di eccessiva protezione della prole. I bambini si fidano dei genitori quindi se "mamma e papà mi dicono che esiste Babbo Natale e che è buono e invece i fantasmi non esistono ed è meglio non pensarci perché fanno paura" allora il bambino acquisirà questo schema mentale.
Halloween è la festa dove i bambini possono sperimentare ed esorcizzare le proprie paure attraverso il travestimento.
Come mi ha spiegato l'insegnante della scuola dell'infanzia Elisa Cassan, numerosi studi pedagogici dimostrano che il travestimento, come parte del gioco simbolico, permette al bambino di usare gli oggetti in modo creativo attribuendo a loro caratteristiche e funzioni diverse da quelle reali. Questo stimola la mente del bambino all'immaginazione e all'elasticità.
Ogni bambino ha un suo tempo in cui si sente pronto al travestimento e questo tempo deve essere assecondato e rispettato perché nel momento in cui il bambino si sente pronto allora potrà aprirsi al cambiamento. Uno degli aspetti di tale cambiamento è lo spostamento dall'estremo egocentrismo, tipico dei bambini piccoli, a un'apertura verso l'empatia. Fingendo di essere qualcun altro il bambino entra nel “gioco di ruolo” che lo porta a personificare punti di vista diversi dal suo e nel contempo lo aiuta ad aprirsi alla condivisione anche delle paure che, in questo modo, diventano più facili da gestire.
Il periodo di Halloween è sicuramente ideale per affrontare il tema delle paure, ma è necessario stare attenti a come viene esposto ai più piccoli: spesso le decorazioni di alcune feste o negozi puntano un po' troppo sul macabro e pauroso per attirare un pubblico adulto e pagante e questo può effettivamente spaventare i bambini che, se troppo piccoli o non preparati, faticano a distinguere la realtà dalla fantasia.
È consigliabile quindi affrontare questa notte come una notte magica in cui sogno e realtà si confondono e in cui sì ci sono streghe, fantasmi e pipistrelli, ma sono solo frutto della magia della festa che in questo modo piacerà anche ai bambini. È importante anche far capire al bambino che è divertente prendere dei piccoli spaventi: la cosa inizia fin dalla prima infanzia quando la mamma si nasconde per un attimo dietro al muro per poi riapparire subito dopo e il neonato ride; in questo modo il piccolo ride della sua paura di aver perso la mamma e la esorcizza.

Sarà inoltre interessante raccontare ai bambini quali sono le tradizioni legate alla festa coinvolgendoli nella preparazione della famosa zucca o delle ricette, magari del proprio territorio, di dolcetti o piatti tipici tramandati dai nonni che festeggiavano questa ricorrenza già prima di noi.
Per stimolare la curiosità dei più grandi, che già conoscono un po' di geografia e storia, il sito web www.mammaebambino.pianetadonna.it in un articolo intitolato “Come raccontare la storia di Halloween ai bambini”, suggerisce di usare un planisfero per raccontare dove la festa di Halloween sia nata e come si sia poi diffusa nel mondo

Halloween è anche un momento di passaggio in cui si entra definitivamente nella parte oscura dell'anno, si parla di morte della natura e, per similitudine, di morte in senso più esteso (non a caso la Chiesa ha spostato la commemorazione dei defunti dal mese di maggio a questo periodo). Essendo una ricorrenza celebrata da tutta la comunità, la commemorazione dei defunti (e quindi il periodo di Halloween/Samhain) può essere il momento ideale per affrontare con i bambini il tema della morte. Magari durante l'ultimo anno il bambino ha perso una persona cara e ancora non capisce  bene cos'è successo, l'analogia col ciclo naturale di morte e rinascita può sicuramente aiutare in un argomento di difficile comprensione anche per gli adulti.

Ovviamente la questione va affrontata in maniera diversa a seconda dell'età del bambino:
in generale i bimbi più piccini si sentono confusi perché non capiscono cosa sia successo e chiedono solamente conforto; i bambini tra i 3 ed i 5 anni vedono la morte come una partenza momentanea e pensano che la persona morta tornerà (in particolare verso i 5 anni iniziano ad interessarsi di più all'aspetto biologico della morte). Tra i 7 e gli 8 anni hanno un'idea più realistica della morte: si interessano ai riti di sepoltura, ma ancora non sono in grado di identificare le proprie emozioni e questo li confonde al punto da poterli portare a sfogare la loro frustrazione con aggressività verso cose e persone.
Tra gli 8 e gli 11 anni vedono la morte sotto il punto di vista fisico ma ancora faticano e decifrare le loro emozioni; dopo gli 11 anni sono definitivamente adulti ed è necessario trattarli come tali.
In ogni caso, indipendentemente dall'età, è importante dire sempre la verità al bambino, dedicargli tempo per ascoltarlo e rispondere alle sue domande, anche con un semplice “non lo so” se non si conosce una risposta.

In conclusione, il modo migliore per esorcizzare le proprie paure, anche  quelle più innate come la morte e, più in generale, l'ignoto, è affrontarle in modo diretto e schietto, aiutati da un pizzico di ironia e umorismo.
Come dice la nonna saggia dei My Little Pony: “[Pinkie] sorridi al mostro, che non ti farà del male. Salta e scaccia la paura con la tua allegria!”


Le accuse su Halloween. La Verità.

di Alessandra Micheli 


Perché Halloween non è una festa delle nostre tradizioni

Halloween è ritenuta da molti una festa americana. E il fatto che venga amata e celebrata da noi italiani è considerata un’aberrazione. Come se, in fondo, l’Italia fosse un paese altro, distaccato dalle sue profonde radici europee. Questo perché da noi è molto presente la convinzione, erronea da un punto di vista storico antropologico, che le nostre radici siano cristiane e che pertanto dovremmo combattere ogni intromissione di culture diverse.

Questo è un errore non solo sociale e psicologico ma anche storico. Ritenere una società, un paese, il solo prodotto di un influenza culturale specifica è una distorsione intellettuale. Nessun origine è da ritenersi univoca. Per la sopravvivenza stessa dell’idea di cultura è necessario iniettare periodicamente nuova linfa vitale, nuovi valori e assunti sociali. Questo perché una società che si nutre solo di una cultura è condannata all’annientamento e alla stagnazione. Non solo. In ogni secoli, in ogni periodo storico si è assistito al fenomeno migratorio che ha portato a una commistione di culture, di incontri e scambi che hanno creato un ibrido culturale. In sostanza, storicamente, non esistono e non possono esistere origini pure ma origini formate nei secoli da sedimenti variegati di elementi diversi.
La festa di Halloween è l’esempio specifico di questa miscellanea culturale che come direbbe Franco Cardini[1]  è il vero punto di forza della sopravvivenza di stati e popoli, dell’arricchimento scientifico culturale e della sopravvivenza di tradizioni e valori[2].

Innanzitutto dobbiamo ricordarci come l’America ritenuta cosi lontana da noi sia un paese nato da uno straordinario ed effervescente incontro/scontro di popoli. I veri americani, coloro che essendo nati sul territorio specifico possono essere i cosiddetti nativi. Ma anche questo non è completamente vero. Se si risale nei secoli anche questi straordinari gruppi etnici hanno altre origini e si sono spostati nel continente durante un periodo specifico.  Andando a ritroso nel tempo si può assistere a una situazione quasi caotica, che ha spinto le popolazioni a spostarsi, ad adeguarsi a vivere in posti specifici in risposta a specifiche situazioni ambientali. Possiamo sospettare un’antica origine mitica (molti la ritengono probabile) di un popolo che abitando la terra abbia dato origine a diversi ceppi etnici. Ma anche qua siamo sulla scia del mitologico e poco dello scientifico.
Quello che possiamo sapere è che neanche i nativi americani sono direttamente originari dell’America cosi come noi la conosciamo, ma che sono arrivati dall’Asia quasi 20.000 anni fa. L’America è stato, infatti, l’ultimo continente a essere colonizzato dall’uomo. Certo è che quando Colombo si imbatté in questo continente poco conosciuto (in realtà prove storiche determinano che prima di Colombo ci fu una presenza vichinga e ancor prima Egizia) il ceppo nativo era presente già da tempo sul doppio del continente dall’estremo nord (stretto di Bering) all’estremo sud (Terra del Fuoco). In sostanza l’America è stato il crocevia di nuovi inizi da sempre. E l’immigrazione che l’ha interessata ha portato con sé un bagaglio di interessanti elementi religiosi e folcloristici che ha culminato con l’arrivo degli europei durante il fantastico tragitto della Mayflower.
Ribadisco. Europei, non stranieri. Popolazioni miste che avevano nelle loro antiche tradizioni, non offuscate dall’avvento della nuova religione, un retaggio quasi comune, denominato celtico ma che in realtà io definirei semplicemente pagano, ponendo l’attenzione sull’accezione totalmente "campagnola" del termine. Pagano, infatti, è un termine che semanticamente significa della campagna e che contraddistingue una precisa religiosità fatta di cicli naturali e di calendari scanditi dall’attività agricola.
Ora, se è vero che le identità sono indispensabili per potersi evolvere, ci si deve rendere conto del fatto che non esistono, se non nel mito e nell’utopia, culture e società prive di contaminazioni. Nessuno può vantare alcuna primigenia razza o cultura: le civiltà e le persone si incontrano, si scambiano anche senza volerlo e senza saperlo, si fondono, costumi e informazioni partecipano a:
un processo osmotico comune per quanto esso può subire accelerazioni o ritardi determinati dalle circostanze storiche o ambientali”[3] 
Riassumendo: i nostri antenati portano nel nuovo mondo foriero di possibilità una loro specifica tradizione culturale e sociale. 


Perché Halloween non può essere una festa satanica 

Mettiamoci d’accordo. O Halloween è una festa pagana o è satanica. Le due anime, infatti, non possono convivere assieme. Sono antitetiche e rappresentano due distinti modi di pensiero. Se la festa è pagana, significa che appartiene a una specifica tradizione agropastorale, come suggerisce il termine stesso pagano, paganus ossia della campagna, indica il civile, il campagnolo contrapposto al militare. A sua volta il termine latino pagus indica il villaggio. I villaggi erano in opposizione ai centri delle amministrazioni dell’impero romano, sia per cultura che per riti religiosi; mentre gli ultimi erano legati al culto imperiale, gli altri seguivano ancora antichi culti locali, di divinità agresti e ctonie. Il temine fu poi ripreso dal cristianesimo con il medesimo significato di opporre due diversissimi modi di pensiero tra i seguaci della nuova religione e gli eredi delle tradizioni politeiste, in biblico potremmo definirli gentili.
Se i pagani sono indicati come gli eredi di una specifica tradizione religiosa, che va dal culto arboreo al culto delle divinità femminili fino all’animismo, il satanismo è erede diretto della tradizione giudaico cristiana, laddove l’originario monoteismo in realtà spesso, sfociava con il dualismo di stampo iraniano.

Il termine satana deriva dall’ebraico sàtan. Essendo l’ebraico una lingua  che ha una forte componente geroglifica[4], essa si presta a una varietà notevole di significati. Pertanto Satan può assumere i significati di avversario, colui che si oppone, accusatore, contradditore osteggiatore e aggressore. Questo termine identificava uno o più angeli o divinità minori presenti nel Medio Oriente antico. Ha sicuramente origini nel monoteismo ebraico, ma sicuramente contiene innumerevoli influenze delle religioni caldee e soprattutto dello zoroastrismo.

Nelle religioni abramitiche assume l’incarnazione dell’agente del male in contrapposizione a Dio, sminuendo però la forza monoteistica dell’ebraismo. Se Dio infatti è considerato principio del bene e dell’armonia assoluta, unico creatore, contrapporgli una divinità altrettanto potente, sfocia, dunque nel politeismo più primitivo.  Giovanni Semerano[5] ne fa invece derivare il termine dal sumero sat-tam con il significato di controllore e capo di un’amministrazione assunto soltanto successivamente a divinità strettamente locale.  Lo spirito unico di questa oscura divinità fu poi accomunato alla divinità iraniana Arimah principio di caos e distruzione, faccia opposta della divinità di ordine e luce Ahura Mazda. Questo ci fa comprendere come l’élite religiosa ebraica fu profondamente influenzata dall’esilio di babilonese patito dal popolo ebraico. Fu a questo punto che tale élite sviluppò una complessa e, a volte, discordante  teologia morale basta sul dualismo (rinnegando quindi la precedente pretesa monoteistica) basata sull’eterna lotta bene/male giunta fino a noi.

Però, prima di questo esilio la figura di Satana era molto diversa.  Satana appare per la prima volta nella Torah in Numeri 22.2: 
La partenza di Balaam provocò lo sdegno di Dio. Balaam cavalcava l'asina, accompagnato da due servitori. L'angelo del Signore (satan שָׂטָ֣ן) andò a piazzarsi sulla strada per sbarrargli il passaggio.

Quindi la figura non è affatto contrapposta: esso è un angelo ((מַלְאַ֨ךְ, mal'akh) il cui scopo è porsi semplicemente come avversario contro Baalam. Esso assume il ruolo di inviato da Dio, del quale segue il comando, con l’obiettivo di impedire che Baalam segua una strada storta cadendo in errori irreparabili. Attraverso la provocazione l’avversario genere ira nella vittima che, però, si rende conto di tutto il progetto divino che sta alla base di quest’azione provocatoria.

Altra presenza è relativa alla figura di Satan nel libro di Giobbe al quale viene affidato il compito di verificare la fedeltà dell’uomo devoto del suo amore e della sua dedizione nei confronti del progetto di Dio. L’angelo funge quasi da controparte in una sorta di tribunale in cui Giobbe si trova a dover rispondere, di fatto, alla classe sacerdotale (rappresentante della mera devozione ortodossa) e alle provocazioni che Satan lancia per aiutare Giobbe a scavare dentro se stesso. La stessa figura di Satan, è stata anche chiamata Samael, considerato l’angelo distruttore che concorre alla morte dell’uomo; anche in questo ruolo, non è altro che un delegato dell’energia originaria che parte dal Dio unico.

In sostanza la figura originaria era molto diversa da quella che si sviluppo più tardi con il Cristianesimo di Paolo. Ricordiamo che Paolo, Saulo di Tarso, era un ebreo ellenizzato, che godeva della cittadinanza romana e che non conobbe mai direttamente Gesù. Nella sua conversione e nella sua teologia fu presente, quindi, un elemento profondamente estraneo alla cultura ebraica, esso sviluppò una teologia che prendeva spunto dalle religioni presenti nel mondo ellenico come lo Zoroastrismo e il culto di Mitra creando un qualcosa di innovativo e antico al tempo stesso, profondamente influenzato dal dualismo. Pertanto, la figura di Satana entrò a far parte del cosmo cristiano grazie anche ai padri della chiesa che lo identificarono con Lucifero, l’arcangelo più bello che peccò di superbia e blasfemia.
Possiamo definire, quindi, il satanista profondamente imbevuto nel microcosmo cattolico cristiano, ne condivide gli assunti e i protagonisti anche se in forma rovesciata e si discosta dalle primigenie religioni di stampo animista che rappresentavano il cosmo come un luogo in cui non vi era contrapposizione tra dimensioni o aspetti del creato, Bene e male, spirituale e terreno, tanto da essere definiti sistemi monisti.

Si può osservare come i due sistemi di pensiero siamo totalmente differenti, a volte incompatibili con un dualismo che, fu alla base delle prime religioni umane. Il senso di appartenenza a un mondo vasto, sfaccettato e onnicomprensivo diventò il primo modo di approccio dell’uomo verso il mondo che lo circondava. Essendo, dunque, un’antichissima forma di religiosità, anzi di sacro che condivideva la fede nell’esistenza di una rete di relazioni tra ogni sistema esistente, sia animale, ma anche materiale che dialogava costante mante con l’energia basilare, si può considerare il suo opposto, il monismo, una sorta di critica radicale del sistema antico. Il monismo critica fortemente il dualismo, o come viene chiamato oggi l’olismo, perché lo ritiene un antagonista. E per la sua natura “tirannica” il sistema di pensiero radicale e rigido rifiuta fortemente ogni confronto e ogni paternità che lo rende soltanto uno tra le forme possibili di pensiero sul mondo e l’universo. Il monismo deriva quindi dalla primitiva forma di concezione del mondo, una concezione quella pagana che, sulla base di innovativi studi scientifici e sulla base di nuove teorie sociologiche ( tra cui la cibernetica[6] e l’olismo[7] appunto) sta nuovamente riprendendo il suo posto tra non le tradizioni folcloristiche e mitologiche, ma tra i sistemi di pensiero ufficiali. 

Mentre il dualismo parte dalla contrapposizione netta - anche se Igor Sibaldi[8] ne rintraccia una sorta di accordo collaborativo verso l’evoluzione umana e cosmica - di due sistemi, di due concetti resi divini (spirito e materia , bene e male), il concetto filosofico monista rifiuta la separazione del tutto, in due unità distinte. 
Viene quindi postulata l’esistenza di un unico principio ontologico, chiamato essenza divina o energia divina che permea l’universo materiale di cui è riflesso e costituzione primaria. Le concezioni monistiche[9] non rifiutano la pluralità in sé, la molteplicità ma la considerano manifestazione sostanziale di un'unica entità che ne è origine e fine. Quindi la molteplicità fenomenica, così come il dualismo, sono soltanto i paraocchi con cui l’essere umano riesce a percepire il tutto, frutto però di una conoscenza fallace e illusoria. 
Halloween/ Samhain è il frutto di questa concezione monistica che fa sì che il tempo e lo spazio siano circolari, ricorrenti e appunto per questa capacità di manifestare il divino certe date non sono altro che porte con cui l’uomo può scrutare per un attimo la realtà dietro le pastoie della sua “specie”.

Quindi Halloween definita come festa pagana, non può essere considerata satanica nel senso corrente. Ovviamente, essendo un simbolo può sicuramente essere usata per qualsiasi scopo,  ma in questo centra l’uomo e le sue possibilità più che il simbolo stesso. É l’uso che l’uomo fa del simbolo a fare la differenza. Halloween si discosta profondamente, lo dico senza che la mia affermazione sia di contenuto valoriale, dalla emotività cattolico-cristiano. In Halloween e Samhain non c’è la venerazione del male poiché il male è considerato parte del tutto, non come essenza definita ma come, semmai, mancanza di conoscenza e consapevolezza del sistema cosmico.

Ecco che le accuse di satanismo perdono di consistenza, il satanismo è e resta una parte, oscura, rifiutata e ambigua di un preciso sistema valoriale che trova nel cristianesimo il suo referente. Se il satanista si oppone alle regole cristiane esso –usufruendo dei suoi simboli e della sua ritualità (seppur rovesciata) - in realtà ne è profondamente imbrigliato. 

Il satanismo si risolve come un contenitore in cui si riversa il gusto del proibito e del limite e di tutte le frustrazioni che, in un sistema in cui non c’è coscienza o gnosi ma solo proibizione, si ingigantiscono fino ad assumere il ruolo di ribellione allo status quo e alla morale, fino alle estreme conseguenze. La protesta anticlericale si riassume in una distorta ansia di rinnovamento che poco ha a che fare con il mondo vissuto dagli antichi politeisti. I politeisti erano profondamente immersi in un sistema interconnesso, responsabile e legato nei suoi aspetti al principio unico. Il satanismo pone se stesso al di fuori di questo sistema ponendosi in modo erroneo di fronte alla creazione. 


Halloween è una festa dedita a riti magici 

La confusione riguardo alla magia esiste da secoli. Magia e religione sono così separate oggi, così antitetiche che, se si vuole denigrare l’altro da sé, lo si accusa di atti magici, mentre nel mondo precristiano magia e religione erano profondamente connesse così come le sono ancora oggi in molte società tradizionali Ma cos’è davvero la magia? 
Il termine magia deriva dal greco mageia che indicava la dottrina dei magi, sacerdoti persiani di Zoroastro e che, successivamente, acquista il significato di incantesimo.
Ora anche il termine incantesimo è interessantissimo perché deriva dal latino incantare ossia recitare in forma cantata formule magiche o accezioni rituali di fede. L’incantesimo è il rito magico che, per mezzo della parola e del suono, si propone di entrare in contatto diretto con il divino. Tutte le religioni hanno l’incantesimo, ossia la formula rituale cantata: essa è la prima magia umana che passa per l’intonazione della voce, i misteri del suono e la consapevolezza dell’asserzione, che travalica le frontiere del numinoso per invadere con la sua potenza la realtà. 

La magia, quindi, è il metodo più antico di identificare i fenomeni fino a poterli dominare, fenomeni che, analizzati con i mezzi normali e comuni, non possono essere compresi né manipolati. Questa visione nasce da una concezione animistica dell’universo, dove tutto il creato, tutte le cose esistenti possiedano un principio vitale (anima o manà). Quest’azione ha una duplice faccia: tende sia a collaborare empaticamente con questo principio sia a forzarlo;  ha una parte di dialogo, ma anche di azione decisa e potente.

La religione si interessa del legame tra il mondo divino e quello umano, che viene tutelato e stimolato da precise azioni rituali da cui intende ottenere la benevolenza o evitare la loro ostilità; si tratta di un rapporto di sottomissione dove - più che erigersi a loro pari manipolando le forze - si tende a scendere a patti con esse mediante precise modalità di interazione. Si tratta di uno stesso principio ottenuto con due differenti modalità: attivo il primo e passivo il secondo.  Se la risoluzione del problema, ossia l’intelligibilità delle forze sovrannaturali, sono diversamente risolte, c’è da dire però che entrambe sono le stesse facce di una medesima medaglia: il sacro, quell’essenza di irrealtà, di immaginifico, di mistero e di straordinario che gli antichi popoli percepivano nel cosmo. Pertanto è facile trovare negli scritti sacri e nelle pratiche moderne molti esempi di atti di magia puri: possiamo citare Mosè con il roveto al centro di alte fiamme, la divisione del Mar Rosso (atto di magia perché forza eventi naturali)  soltanto con il tocco del suo bastone, le tavole della legge scritte dal dito di Dio e cosi via. Nel nuovo testamento troviamo innumerevoli esempi: la camminata sulle acque, moltiplicazione di cibo, risurrezione dei morti, guarigioni e tanti altri. 

Ma anche la richiesta di miracoli, eventi prodigiosi del mondo moderno dimostrano come esista una totale sovrapposizione di magia e religione da sempre; in entrambi i casi, l’uomo chiama a se qualcosa perché possa, con i dovuti modi, realizzare un desiderio nascosto.
Quindi perché accusare una semplice festività di qualcosa di naturalmente connesso con la profondità dell’animo umano?
Se la magia, per molti studiosi, si può considerare emanazione della religione o viceversa, l’accusa rivolta a Halloween perde di importanza. E’ un dato di fatto che il sacro si componga di due elementi per poter rendere merito della magnificenza dell’universo sospeso tra azione e stasi. Entrambe si pongono di fronte al mistero della creazione e dell’esistenza cercando di interpretarne non soltanto il volere ma anche la natura, per poter dialogare, esserne invasi e poter migliorare la vita emotiva e fisica dell’umanità. Come in cielo cosi in terra[10].

Halloween non va festeggiata perché festa nemica della civiltà cattolica 

Il problema della creazione di un nemico non va assolutamente sottovalutato. Questo perché fa parte di un ethos essenzialmente distorto, sono le cosiddette mentalità totalitarie ad aver bisogno di un nemico, reale o immaginario per potersi affermare e sostenere. Questo nemico metafisico è un ruolo sociale che in ogni secolo hanno interpretato, consenzienti o meno, eretici, streghe, etnie diverse, classi sociali e altre entità di uno stesso corpo sociale che sono stati “espulsi” per colpe reali o metafisiche.
L’opinione pubblica, guidata da interessi variegati si dirige quindi su una determinata minaccia come se, nonostante la liberazione che il laicismo ha operato nei popoli durante i secoli, fosse necessario per  la comunità trovare altre forme di conflittualità.
Perché quest’atteggiamento? Avere un nemico, qualcosa da combattere, in nome della Verità, è uno dei modi che un popolo ha di mantenere inalterata la sua identità. Come abbiamo visto non esiste un'identità pura, ma è un frutto di incontri, scontri, scambi, di educazione, di influssi ambientali che ne delinea i confini e ne struttura la forma. Creare l’antagonista, l’ostacolo, il contradditorio, misura in un certo grado il nostro sistema di valori e nell’affrontare il nostro valore. Pertanto, se il nemico con l’evolversi dei tempi non esiste, si tende a costruirlo separando una parte dell’organismo sociale e dotandolo di un'esacerbata caratteristica. Non sono designati come nemici soltanto i diversi, ma anche coloro che hanno un interesse nel rappresentare come minacciosi anche se non minacciano direttamente, facendo sì che la diversità reale o presunta ne risulti nell’immaginario come minacciosa. Esempio è il discorso di Tacito sugli ebrei: 

"Profano è per loro tutto quello che è sacro per noi e quanto è per noi impuro per loro è lecito» (e viene in mente il ripudio anglosassone per i mangiatori di rane francesi o quello tedesco per gli italiani che abusano d' aglio). Gli ebrei sono "strani" perché si astengono dalla carne di maiale, non mettono lievito nel pane, oziano il settimo giorno, si sposano solo tra loro, si circoncidono (si badi) non perché sia una norma igienica o religiosa, ma «per marcare la loro diversità», seppelliscono i morti e non venerano i nostri Cesari (...)".[11] 

La costruzione di un limite emotivo nasconde, però, il bisogno spasmodico dell’altro perché è l’altro che mi riconosce e mi identifica. La guerra che si scatena nei confini tra noi e l’altro che si trasforma in guerra valoriale bene/male nasconde l’aspirazione a cancellare l’ostacolo. L’altro, cioè, può riconoscermi soltanto se io vinco, peccato che nel momento in cui vinco annullando l’altro, il nemico, l’unico che può distinguermi e riconoscermi viene meno e quindi io resto nel limbo dell’oblio. La paura che guida questo meccanismo nasce dalla confusione che la modernità esercita sull’individuo di non avere più un io definito. Ecco perché si erigono rigidi confini, ci si chiude in stereotipi, si ghettizzano persone e festività che non sono più soltanto svaghi o venerazioni, ma veri e propri epicentri di significati.
Il mancato riconoscimento di sé porta all’identificazione di qualcuno o qualcosa come nemico, come ostile, come pericolo.
Halloween è una festa. Non è un bagaglio di significati. I significati vengono attribuiti dall’uomo. Le festività sono soltanto un modo per onorare un principio, una dimostrazione di gioia e ringraziamento, un istante per rinnovare un legame speciale con il cosmo con il tempo e con l’avvento delle stagioni. Non è il pericolo. Il pericolo è quando una semplice solennità religiosa o sacrale prende il posto di una mancanza sociale o personale. 


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[1] Franco Cardini è uno dei nostri maggiori storici italiani. Docente di storia medievale all’università di Firenze vanta un gran numero di pubblicazioni tra cui il libro citato “Noi e L’islam. Un incontro possibile?” edito da edizioni Laterza. Nel 2007 gli è stato assegnato il Premio Scanno. È stato vincitore dei seguenti premi: Repaci, Anghiari, Punta Ala (1985), nel 1987 del premio Circeo, del Comisso nel 1988, Tevere (1994), Columbus (1997), Firenze-Europa (1997), San Giovanni (2000), Chianciano-biografia (2000), “Fiorino d'Oro - Viareggio Carnevale” (2001), “Premio Internazionale Vanvitelli”(2001), “Capalbio” - Politica e Cultura (2001); Premio Europeo “Lorenzo il Magnifico” - Accademia Medicea Internazionale (2001); Premio letterario internazionale “Feudo di Maida”; IX Premio Internazionale di Saggistica “Salvatore Valitutti”; Premio Ernest Hemingway – Lignano Sabbiadoro 2004; Premio Accademia della Torre di Castruccio, Carrara, 2004; Premio Federichino – Jesi, 27.9.2004; Premio Internazionale Ultimo Novecento, XXVII Edizione, Pisa 27. 11. 2004; Premio “Medioevo Presente” del Comune di Monteriggioni, 2006; Premio speciale della Giuria “Il Molinello”, Rapolano Terme, 17.3.2007; Premio III Edizione Microfono di Cristallo “Umberto Benedetto” per la Radiofonia, Firenze, giugno 2007; nel 2007 Premio Scanno; nel 2008 Premio “Mino da Fiesole”; Premio Nazionale di cultura nel giornalismo, XX, edizione e “La Penna d'Oro”, Sezione scienza storica 2008; il Premio Mozart 2008. E ancora: fu insignito della Croce d'oro dell'Ordine della Guardia d'Onore dei santi martiri Agapito ed Alessandro dall'Esarca d'Italia della Chiesa greco-ortodossa tradizionale (28.9.2008) e del Premio delle Arti “Fiorentini nel Mondo” 2010 (25.3.2011). 
[2] Franco Cardini, Noi e L’islam,Laterza pag6-8 
[3] Franco Cardini, op. Cit pag. 12 
[4] Il “segreto” delle lingue geroglifiche , consiste nel fatto che :


1) Le lettere delle lingue geroglifiche avessero, ciascuna, un valore fonetico e insieme un significato compiuto;
2) Per conoscere davvero una lingua geroglifica bisogna conoscere perfettamente i significati delle lettere  e saperli interpretare, così da avere il senso intero, originario. Da http://www.harmakisedizioni.org/ 
[5]Semeraro (1911-2005) è stato un bibliotecario, filologo e linguista italiano, studioso delle antiche lingue europee e mesopotamiche. Autore di ampi dizionari etimologici di greco e latino in cui ha proposto una sua innovativa teoria delle origini della cultura europea, in base alla quale le lingue europee risultano così essere di provenienza mediterranea e fondamentalmente semitica. 
[6] Il termine cibernetica ha indicato, ed in parte indica anche tuttora, un vasto programma di ricerca interdisciplinare, rivolto allo studio matematico unitario degli organismi viventi e di sistemi sia naturali che artificiali, basato sugli strumenti concettuali sviluppati dalle tecnologie dell'autoregolazione, della comunicazione e del calcolo automatico. La cibernetica è nata dunque come un campo di studi comune tra la biologia, le scienze umane e l'ingegneria. L'ampiezza di questa prospettiva è tale da coinvolgere vari problemi di interesse filosofico; in particolare, dal punto di vista epistemologico, la cibernetica può essere caratterizzata come una nuova forma di riduzionismo, innovatrice rispetto alle forme tradizionali di materialismo per aver messo in luce l'importanza del concetto di informazione nell'intepretazione dei fenomeni della vita. Perché ciò sia reso possibile la cibernetica deve considerare l’universo come una grande rete di relazioni, influenze reciproche e di interconnessioni profonde, in cui quelle sottili reti sono le informazioni portate attraverso i vari settori dalla comunicazione. 
[7] L'olismo (dal greco όλος, cioè "la totalità", "globalità") è una posizione teorica basata sull'idea che le proprietà di un sistema non possono essere spiegate esclusivamente tramite le sue componenti. Dal punto di vista "olistico", la sommatoria funzionale delle parti è sempre maggiore/differente dalla somma delle prestazioni delle parti prese singolarmente. Un tipico esempio di struttura olistica è l'organismo biologico: un essere vivente, in quanto tale, va considerato sempre come un'unità-totalità non esprimibile con l'insieme delle parti che lo costituiscono. 
[8] Igor Sibaldi è uno scrittore e saggista italiano. Nato da madre russa e padre toscano, Sibaldi è studioso di teologia e storia delle religioni; è autore di opere sulle Sacre Scritture e sullo sciamanesimo, oltre che di opere di narrativa e teatro.
 [9] Per molti studiosi i celti erano fondamentalment di stampo monistico. A tal proposito si posso leggere i seguenti saggi: 
Jean Markale Il Cristianesimo celtico e le sue sopravvivenze popolari, edizioni Arkeios, John Donohue Anima Amica edizioni TEA, T.G.E. Powell i celti Uomo e mito edizioni Est, Ward Rutherford Trazioni celtiche Neri Pozza, John Mattews Sciamanesimo celtico Età dell’acquario, Brian Bates La sapienza di Avalon Rizzoli, Marc Questin Tradizione magica dei celti Atanor, Jan Filip I celti Newton e Compton, Stuart Piggot i druidi Newton e Cmopton, Anthony Duncan la Cristianità celtica Mondadori, Caitlin Mathhews I celti Xenia, Sabine Heinz i simboli dei celti il punto d’incontro edizioni, Riccardo Taraglio il vischio e la quercia Età dell’Acquario, Alexedei Kondratiev Il tempo dei celti Urra Edizioni, Laura Rangoni La magia dei celti Xenia, Adriano Gaspani L’astronomia dei celti Kletia Edizioni, Jean Markale il druidismo Mediterranee edizioni, Alwin Rees e Brnley Ress L’eredità celtica Mediteranee e Massimo Centini I celti Xenia Edizioni. 
[10] Corpus Hermeticum o Tavola smeraldina di ermete Trismegisto, Bombiani edizioni. 
[11] Tacito Historiae, libro V.



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giovedì 27 ottobre 2016

Halloween, l’antica festa del tempo che scorre


di Beatrice Della Bella




Pronti per Halloween?
Nessuna “americanata”: stiamo parlando semplicemente di quello che potremmo definire il corrispettivo laico e mondano di Samhain, uno dei principali Sabba della tradizione precristiana.
No, non stiamo parlando di riti satanici o altre fantasiose e terrifiche diavolerie: un Sabba è molto semplicemente una di quelle naturali tappe che scandiscono l’anno solare, momenti di cui approfittare per armonizzare i nostri cicli interiori con quelli della natura. Un tempo tutto questo era più semplice, quando le comunità umane vivevano in simbiosi con la natura e le sue fasi, ma i Sabba ci ricordano che possiamo ancora farlo e ritrovare il nostro equilibrio.

Quali sono?
Innanzitutto, naturalmente, l’avvicendarsi delle stagioni con solstizi ed equinozi: inverno (Yule), primavera (Oestara), estate (Litha) e autunno (Mabon).
A questi momenti, se ne aggiungono altri quattro: Imbolc, la prima festa di luce che segna in febbraio il timido ritorno della bella stagione; Beltane, il primo maggio, con la ripresa delle attività legate alla terra e in generale di tutto ciò che è fertilità e creatività; Lughnasad, la prima festa del raccolto, quello di agosto, in attesa del grande raccolto di settembre; e infine Samhain appunto, che nella tradizione celtica rappresenta la fine e l’inizio dell’anno (che solo per convenzione è stato fissato dal calendario romano, e poi conseguentemente da noi adottato, al Primo Gennaio).

In verità, delle festività appena citate solo quattro sono realmente attestate nella tradizione celtica, e sono le cosiddette feste del fuoco (Samhain, Imbolc, Beltane, Lughnasad): tutte occasioni in cui, nel corso del rituale, vengono accesi appunto fuochi e falò a scopo liberatorio e purificatorio. Le altre, sebbene associate a importanti ricorrenze quali appunto solstizi ed equinozi, appartengono a una tradizione più recente e più in particolare (anche se non in via esclusiva) alla Wicca, religione neo-pagana codificata nel 1954 da Gerald Gardner.

Samhain, dunque, l’inizio dell’anno. Un passaggio importante perché segna l’ingresso (finita l’estate) nel semestre oscuro dell’anno: l’ultimo raccolto è stato fatto a settembre, e sia l’uomo che la natura si preparano al riposo invernale.
Paradossalmente, nella nostra società facciamo proprio l’inverso: riposiamo in estate, e lavoriamo in inverno… curioso, vero? 

È vero che, almeno da noi, vige un clima temperato, ed è vero che durante l’estate il caldo spesso eccessivo rende faticosa qualsiasi attività lavorativa. Rimane però comunque curioso come ci siamo imposti di impegnarci più alacremente nelle nostre attività proprio nel momento in cui la natura tutta ci spinge al letargo, al sonno, alla quiete. Proprio quando, con la stagione fredda, dovremmo tenere per noi le energie anziché disperderle!
E Samhain ci ricorda proprio questo: ci dice di fermarci, di riposare, di guardare dentro noi stessi, chiudere vecchi conti per aprirne di nuovi.
E non a caso nelle terre irlandesi, dove ha origine questa festività, si spegneva il Fuoco Sacro sull’altare per riaccenderlo poi al mattino seguente. Un rito molto simile a quelli che oggi, più o meno consapevolmente, si fanno la notte di San Silvestro coi giochi pirotecnici, non è vero?
Proprio perché ci avviciniamo alla parte buia, introspettiva dell’anno, di raccoglimento se vogliamo, Samhain era (ed è) anche il momento per onorare i defunti e gli antenati.

Poi cos’è successo?
Poi è arrivato il Cristianesimo che, per favorire la conversione dei Celti, che rifiutavano di abbandonare le proprie tradizioni, ha inglobato e modificato questa importante festività per avvicinarla più alle sue corde. Nasce così, nell’ottavo secolo, la festa di Ognissanti, il primo novembre, spostando in questo giorno la celebrazione dei primi martiri cristiani (che cadeva in maggio) e unendola ai rituali druidici del 31 ottobre che onoravano appunto i defunti.

E Halloween?
È presto detto.
La festività, proprio perché separata di forza dal suo contesto religioso e tradizionale d’origine, col tempo cambia i suoi connotati, diventa un momento ludico, una sorta di Carnevale, perde la sua valenza religiosa e mistica.
Nel frattempo, la Chiesa ha dato via via un’impronta sempre più diabolica alle divinità ed alle forze spirituali della religione che aveva soppiantato, identificandole con manifestazioni del diavolo (figura che in quelle tradizioni non esisteva affatto).
Appaiono così, ad Halloween, rappresentazioni di fantasmi, scheletri, diavoli e altre creature maligne.
Ora noi però lo sappiamo che è solo un gioco, un piccolo carnevale per esorcizzare il passaggio all’inverno, al buio, che da sempre all’uomo fa un po’ paura. Un gioco che però ha radici molto antiche, in una festività sacra che aiutava l’uomo in questo delicato momento di passaggio, gli permetteva di guardare senza paura dentro se stesso e ritrovare le proprie radici nel ricordo di chi aveva camminato la sua terra prima di lui.

E poi c’è chi Samhain lo celebra ancora, e lo fa molto semplicemente onorando e ricordando i propri cari defunti, e cercando con rituali più o meno articolati di lasciarsi alle spalle quello che dell’anno precedente non trova più spazio nella propria vita sperando, dopo il letargo, di rinascere come la natura a primavera


Breve bibliografia:
Alexei Kondratiev, Celtic Rituals
Kris Waldherr, La dea interiore
Nicholas Rogers, Halloween: From Pagan Ritual to Party Night
Roberto Fattore, Feste Pagane
Starhawk, La Danza a Spirale

venerdì 21 ottobre 2016

Le tradizioni del giorno dei Morti in Italia


Giorni fa abbiamo pubblicato l'articolo "Quando Halloween si festeggiava in Italia" spiegando come le varie tradizioni europee si sono fuse e hanno lasciato le loro impronte qui nel nostro paese.
Oggi vi proponiamo l'articolo del nostro attivista ufficiale Marco Morgana Vettorel che ha analizzato regione per regione come si festeggia nei gioni di Halloween e della Festa di Morti.
Ulteriore testimonianza che Halloween è strettamente legato al nostro paese si da tempi antichi



ABRUZZO: In Abruzzo, come in molte regioni italiane, era diffusa l’usanza di decorare le zucche (scavandole e intagliandole, per poi illuminarle con l’ausilio di una candela accesa e sistemata all’interno). Inoltre la sera della vigilia di Ognissanti i giovani dei paesi bussavano alle porte delle case chiedendo offerte per i defunti, solitamente frutta di stagione, frutta secca e dolci. Questa tradizione è rimasta viva in alcune località abruzzesi. Diffusa era anche l'usanza della questua fatta da schiere di ragazzi o di contadini e artigiani che vanno di casa in casa cantando un'appropriata canzone. Dopo cena, il tavolo da pranzo veniva apparecchiato per ristorare le anime dei defunti che tornavano a far visita ai vivi durante la notte e si lasciavano, per illuminare il loro sentiero verso casa, tanti lumini accesi alle finestre quante erano le anime care. Una delle più belle e dolenti poesie di Giovanni Pascoli, “La tovaglia”, fa riferimento proprio a questa usanza, diffusa in buona parte dell’Italia, di lasciare la tavola apparecchiata la notte della vigilia di Ognissanti per consentire ai propri cari trapassati di riposare e rifocillarsi: 

[...]Lascia che vengano i morti,
i buoni, i poveri morti.
Oh! la notte nera nera,
di vento, d’acqua, di neve,
lascia ch’entrino da sera,
col loro anelito lieve;
che alla mensa torno torno
riposino fino a giorno,
cercando fatti lontani
col capo tra le due mani.[...]

BASILICATA: Esistevano diverse tradizioni nei vari paesi ma, tra le usanze comuni della Basilicata, ritroviamo il rito di lasciare la tavola imbandita per i defunti in visita quella notte, per ristorarli durante il loro ritorno. Nella città di Matera esiste una credenza particolare che narra dei morti che scendono in città dalle colline del cimitero, stringendo un cero acceso nella mano destra. In alcuni paesi della Basilicata, dopo aver messo tutti a riposo, la donna di casa riponeva sui davanzali della propria casa del cibo, acqua e frutta come offerta ai defunti che giravano durante la notte: sistemate le offerte, come ogni abitante della casa, doveva andare a letto prima della mezzanotte per evitare di incontrare le anime dei morti.

CALABRIA: In questa regione si usava la sera della vigilia di Ognissanti andare in corteo al cimitero dove, dopo le preghiere e le benedizioni per i propri defunti, veniva imbandito un banchetto sulle tombe dove tutti quanti erano invitati a partecipare. Nel paese Serra San Bruno, ancora oggi vi è la secolare tradizione del "Coccalu di muortu": i ragazzini, dopo aver intagliato una zucca riproducendo un teschio (in dialetto serrese, appunto, "Coccalu di muortu"), gironzolavano per le vie del paese  tenendo in mano la loro creazione e, o bussando agli usci delle case oppure rivolgendosi direttamente alle persone che incontravano per strada, esordendo con la frase: "Mi lu pagati lu coccalu?" ("Me lo pagate il teschio?").

CAMPANIA: In questa regione si usava (e si usa tutt’oggi) preparare dei dolcetti in occasione di Ognissanti: il torrone dei morti (si tratta di un torrone morbido a base di cioccolato che si trova in tantissime varianti, le più gettonate alla nocciola e alla gianduia) e il cosiddetto "monachino”. Era usanza diffusa lasciare un secchio colmo d’acqua in cucina perché i defunti potessero dissetarsi.

EMILIA-ROMAGNA: Era diffusa la tradizione della "Carità di murt", un’antica usanza emiliana legata all'abitudine dei poveri di recarsi di casa in casa chiedendo cibi di ogni genere per calmare così le anime dei defunti. Si preparavano la piada dei morti  e le ossa dei morti, dolci tipici della vigilia di Ognissanti. La notte del 31 ottobre era usanza sistemare delle zucche intagliate (con lumini dentro), sui muri dei cimiteri per fare scherzi a coloro che passavano nei dintorni. Alcuni ragazzi si divertivano anche a nascondersi dietro le siepi (che una volta erano lungo le strade di campagna) per uscire con la zucca accesa non appena uno "sventurato" si trovava a passare di lì. La zucca illuminata si chiamava "la Piligréna". Questo nome, oltre  ad essere usato per identificare la zucca intagliata e i festeggiamenti di quella notte in Romagna, è anche il nome di uno spirito, la pellegrina, legato ad un fatto avvenuto durante gli anni Trenta. Un carrettiere detto Sintinè doveva trasportare un carico di legna da Solarolo e Lugo. La strada che allora collegava i due paesini passava davanti al cimitero. Sintinè decise di far riposare il suo cavallo asmatico prima del cimitero. Poi diede alla bestia una frustata in modo da fargli fare una corsa veloce e superare così di fretta il tratto oscuro. Il cavallo correva veloce, ma ecco che davanti al cimitero si impennò: la Piligrena era davanti al carro ed era così orrenda che il povero carrettiere gridò e svenne. Un contadino accorso alle sue grida lo trovò morente. Si racconta che il fatto cosi raccontato sia un sunto delle ultime parole di Sintinè al contadino prima di spirare. Come in altre regioni italiane, venivano preparati dei dolcetti chiamati “ossa dei morti”; nella zona di Parma sono tuttora mangiati e si vendono in molte pasticcerie: solitamente sono di pastafrolla e decorate con glassa di zucchero colorata o con cioccolata con l’aggiunta di codette di zucchero colorate.

FRIULI-VENEZIA GIULIA: In Friuli, come nelle vallate delle  Alpi lombarde, era diffusa la credenza che nella notte dei morti questi potessero uscire dalle tombe, andando in pellegrinaggio nelle chiese fuori dall’abitato  e chi vi fosse entrato in quella notte le avrebbe trovate affollate da una moltitudine di gente che non vive più e che scomparirà al canto del gallo o al levar della "bella stella".  In molti paesi era usanza, dopo la messa serale del primo novembre, andare in processione la notte in cimitero per mandare benedizioni ai cari defunti (usanza praticata ancora oggi). Anche nel Friuli (e nel Veneto, dette lumère, suche baruche o suche dei morti) era diffusa la tradizione di intagliare zucche con fattezze di teschio. Inoltre era diffusa una tradizione simile a quella del "dolcetto o scherzetto", ma applicata nelle festività natalizie o carnevalesche, feste che hanno pure origine come riti di passaggio d'anno, similmente a Halloween. In queste occasioni i bambini, travestiti da figure spaventose e mostruose per personificare le anime dei morti e mimetizzarsi tra di loro, andavano di casa in casa bussando alle porte e recitando filastrocche il cui significato era quello di chiedere dolci, noci o piccoli regali, in cambio di un augurio per le anime dei trapassati.

LAZIO: A Roma era usanza consumare un pasto vicino alla tomba di un caro defunto, per tenergli compagnia. Come per la Toscana c'era l'usanza di fare scherzi alle persone e intagliare volti sulle zucche per usarle come lanterne. Un gioco tradizionale consisteva, dopo il tramonto, nel vestire una zucca intagliata (ed illuminata da una candela sistemata al suo interno) con stracci o vecchi vestiti, dopo averla sistemata fuori casa, nel muretto o nell’orto: a questo punto si mandava fuori casa uno dei bambini per spaventarlo. Questa usanza avrebbe origine intorno alla seconda metà dell’Ottocento. La zucca intagliata ed illuminata prendeva spesso il nome “La Morte”.
LIGURIA: Per tradizione venivano preparati i bacilli (fave secche) e i balletti (castagne bollite). Tanti anni fa, la notte del 1 novembre, i bambini si recavano di casa in casa, per ricevere il "ben dei morti", ovvero fave, castagne e fichi secchi. Dopo aver detto le preghiere, i nonni raccontavano loro storie e leggende paurose. Anche in Liguria era tradizione intagliare volti nelle zucche ed illuminarle con un cero sistemato all’interno dell’ortaggio, disponendole poi nei pressi di chiese di campagna o cimiteri per spaventare i passanti.

LOMBARDIA: In Lombardia come in Veneto ed altre regioni italiane, si usava preparare dei dolcetti in ricordo dei defunti chiamati "oss de mort". Qui c'era anche l'usanza di preparare il "pan dei morti", chiamato “Pà dei morcc”, un delizioso dolcetto diffuso nel milanese e nel bresciano sin dal XV secolo. Anche a Milano e in Brianza si usava intagliare delle zucche arancioni per inserirvi le candele sul fondo (chiamate "Lumere") ed andare in giro a spaventare le vecchiette, andando anche di casa in casa a chiedere del cibo: noci, nocciole, castagne. A casa si lasciava una ciotola di latte, un bicchiere di vino rosso e del cibo, per i defunti, sul davanzale delle finestre. A Bormio e altri paesi della Lombardia, la notte del 2 novembre si era soliti mettere sul davanzale una zucca riempita di vino. Nella zona attorno a Vigevano e in Lomellina c’era l’abitudine di lasciare in cucina un secchio d’acqua fresca, una zucca piena di vino, il fuoco acceso e le sedie attorno al focolare. Nel cremonese era presente una tradizione particolare: la sveglia suonava all’alba e i letti venivano rifatti il prima possibile per offrire riposo ai defunti in visita dall’aldilà.

MARCHE: Le tradizioni di Halloween delle Marche sono identiche a quelle presenti in Umbria: si usava preparare dei dolcetti chiamati "Stinchetti dei Morti", che venivano mangiati il giorno dei morti per cercare di alleviare la tristezza per i cari amati che non ci sono più. Nelle Marche questi dolci prendevano il nome di "fave dei morti” ed avevano una ricetta particolare, che si tramandava di nonna in nonna.

MOLISE: L'usanza di intagliare la zucca era d’uso anche in Molise: si dava alla zucca la forma di un volto umano, si metteva una candela all'interno creando così la "mort cazzuta" (“cazzuta” deriva dalla parola “caz” che in lingua punico-fenicia significa tagliare). A Pescolanciano, fino al secolo scorso, la vigilia e la sera di Ognissanti, sui davanzali delle finestre e agli angoli delle strade buie, per far paura ai passanti, si esponevano delle zucche intagliate a mo’ di teschio, con all’interno un piccolo cero. Il giorno di Ognissanti gruppetti di questuanti giravano per il paese bussando agli usci delle case e i paesani davano loro legumi e frutta di stagione. Si preparavano cene da consumare in compagnia di amici e parenti e delle porzioni venivano lasciate sulle finestre come offerte per i defunti.
PIEMONTE: Si usava la sera di Ognissanti, radunarsi a recitare il rosario tra parenti e a cenare con le castagne. Finita la cena, la tavola non veniva sparecchiata: rimaneva imbandita col resto avanzato in quanto si riteneva che i trapassati tornavano a cibarsene. La famiglia riunita, dopo la cena, lasciava l’abitazione vuota per permettere agli spiriti di rifocillarsi, andando nel mentre in cimitero. In questa maniera veniva lasciata ai defunti la libertà di sfamarsi in pace (e chiacchierare tra loro, in particolare a proposito del destino dei vivi) prima di tornare nell’aldilà. Il ritorno dei vivi a casa veniva annunciato dal suono delle campane così che gli spiriti potevano andare via senza creare fastidi. Stessa cosa avveniva in Val d'Aosta. Nella notte tra il 1 e il 2 Novembre in alcuni paesi piemontesi, oltra alla tradizione di lasciare imbandita la tavola, era presente anche l’usanza di sistemare i letti per far riposare gli spiriti dei defunti in visita, dalle fatiche del viaggio. 

PUGLIA: La sera precedente al due novembre si apparecchiava la tavola per i morti che restavano in visita fino a Natale o l'Epifania. In alcuni paesi si scavavano e intagliavano le zucche, si accendevano fuochi nelle piazze e incroci e si cucinava alla brace. Gli avanzi venivano offerti ai defunti. Alla mezzanotte del 31 Ottobre davanti alle fotografie dei defunti si sistemavano dei ceri che dovevano bruciare per tutta la notte, affinché la loro luce guidasse gli spiriti dei defunti verso casa. In alcuni paesi come Paternò (CT) il giorno di tutti i Santi ci si recava al cimitero a visitare i morti insieme ai bambini e, insieme alle preghiere, si chiedevano dei doni. La sera si andava a letto presto perché, secondo la tradizione, a mezzanotte le anime dei defunti portavano i regali. Ad Orsara in particolare, la festa veniva (e viene ancora oggi chiamata) “Fuuc acost" e coinvolge tutto il paese. Si decoravano le zucche chiamate “cocce priatorje", si accendevano falò (anticamente di rami di ginestre) agli incroci e nelle piazze per mostrare la strada di casa ai defunti e si cucinava sulle loro braci; gli avanzi venivano riservati ai morti, lasciandoli disposti agli angoli delle strade. Diffusa era anche l'usanza della questua fatta da schiere di ragazzi o di contadini e artigiani che vanno di casa in casa cantando un'appropriata canzone. Questa costumanza in Puglia si chiamava "l'aneme de muerte" e si apriva con questa specie di breve serenata rivolta alla massaia:

"Chemmare Tizie te venghe a cantà
L'aneme de le muerte mò m'a da dà.
Ah ueullà ali uellì
Mittete la cammise e vien ad aprì."

La persona a cui era rivolta la canzone di questua si alzava, faceva entrare in casa la brigata ed offriva vino, castagne, taralli e altro. A Massafra gli anziani raccontavano che la notte del 31 ottobre l’ “aneme du priatorie" (anime del purgatorio) lasciavano il cimitero e percorrevano in processione le vie del centro storico usando il pollice a mo' di candela, raggiungendo le chiese per celebrare la messa dei morti. Se incontravano qualcuno per strada lo portavano con sé. La tradizione popolare vuole che un tale mentre si recava al lavoro all'alba vide che in chiesa c'era la messa e vi entrò. Al termine della messa quando il prete si girò per la benedizione, si accorse che era senza naso. Solo allora si rese conto che tutti quelli che erano intorno a lui erano morti e fu sopraffatto. Le anime del purgatorio erano molto rispettate dagli anziani tanto che a loro era dedicato un posto a tavola con tanto di posate e tovagliolo. Le anime rientravano nel cimitero la notte dell'Epifania.

SARDEGNA: Anche qui si usava intagliare la zucca a forma di teschio, prendendo il nome di "sa conca e mortu". La sera del primo Novembre dopo la visita al cimitero e la messa, la gente tornava a casa a cenare con tutta la famiglia riunita. Dopo il pasto non si sparecchiava la tavola ma si lasciavano offerte di cibo per gli spiriti dei defunti in visita. Una peculiarità era la festa delle "anime" detta anche "a su mortu mortu": gruppi di bambini andavano per il paese bussando di casa in casa, dicendo di essere "is animeddas". I bambini in cambio ricevevano dolci; il dolce era considerato un pegno dato in ricordo dei propri cari scomparsi. Anche nel nuorese le zucche venivano intagliate con facce spiritate ed utilizzate per fare scherzi e spaventare i più piccoli. Nel nord dell'isola, si festeggia tutt’ora l’antica festa di Sant'Andrea celebrata a Martis e in altri comuni dell'Anglona e del Goceano: la notte del 30 novembre gli adulti vanno per le vie del paese percuotendo fra loro graticole, coltelli e scuri allo scopo di intimorire i ragazzi e i bambini che nel frattempo vagano per le strade con delle zucche vuote intagliate a forma di teschio e illuminate all'interno da una candela. I giovani, quando vanno a bussare nelle case, annunciano la loro presenza battendo coperchi e mestoli e recitando una enigmatica e minacciosa filastrocca nella locale parlata sardo-corsa Sant'Andria muzza li mani!!... (Sant'Andrea mozza le mani) ricevendo in cambio, per questa loro esibizione, dolci, mandarini, fichi secchi, bibite e denaro.

SICILIA: Anche in Sicilia, come in altre regioni del Sud, quella di Ognissanti è ancora oggi una festa speciale, soprattutto per i più piccoli che ricevono dei doni dai defunti. Dolci e frutta secca sono il premio che si aggiudicano i ragazzi che sono stati buoni durante l’anno. Più sono buoni e più dolci ricevono. I doni da parte dei defunti sono definiti “li cosi dei morti”. In Sicilia il 2 novembre si mangiano, come in Veneto ed altre regioni italiane (anche se delle volte diverse nella ricetta) le ossa dei morti: dolci di pasta di mandorle vendute sin dalla vigilia fino a tutto il 2 novembre. Nella zona di Palermo per celebrare il giorno di Ognissanti si usa preparare la "frutta di Martorana". E' un tipico dolce siciliano simile al marzapane a base di farina di mandorle e zucchero e confezionato sotto forma di frutta. E' molto simile al marzapane, ma più dolce e saporito. Si usa preparare anche dei dolci chiamati le “mani”, ovvero dei panini dolci a forma di mani e le “dita di apostolo”, dolci di marzapane simili appunto alle dita della mano.  In terra sicula la commemorazione dei morti rappresentava, e rappresenta tuttora, una vera e propria festa per i bambini che, attraverso questo primo contatto festoso e innocente, imparano ad esorcizzare la paura della morte e dell’ignoto.

TOSCANA: Anche in questa regione era presente l'uso delle zucche nel gioco dello "zozzo". Dopo aver scavato e intagliato la zucca, la si vestiva in modo che sembrasse un vero mostro e veniva posta in giardino in modo da spaventare la vittima dello scherzo. In Toscana, nella provincia di Massa Carrara, la giornata era l'occasione del bèn d'i morti, con il quale in origine gli estinti lasciavano in eredità alla famiglia l'onore di distribuire cibo ai più bisognosi, mentre chi possedeva una cantina offriva ad ognuno un bicchiere di vino; ai bambini inoltre veniva messa al collo la sfilza, una collana fatta di mele e castagne bollite. Vicino Grosseto era tradizione cucire delle grandi tasche sulla parte anteriore dei vestiti dei bambini orfani, affinché ognuno potesse metterci qualcosa in offerta, cibo o denaro. Vi era inoltre l'usanza di mettere delle piccole scarpe sulle tombe dei bambini defunti perché si pensava che nella notte del 2 novembre le loro anime (dette angioletti) tornassero in mezzo ai vivi. Veniva cucinato il pan dei santi, talvolta chiamato anche pan dei morti (ma attenzione a non confonderlo con quello lombardo, sono due dolci diversi). Prodotto dal 2 novembre fino a dicembre, prima dell’arrivo delle festività natalizie, è un dolce da forno a base di farina, noci, miele, strutto e uvetta, insaporito con del pepe nero che gli dà una nota davvero particolare.

TRENTINO-ALTO ADIGE: Il 2 Novembre si usava una pratica simile al dolcetto e scherzetto per i più piccoli: quando si bussava alla porta si diceva "cuzze per i vivi, requie per i morti, carità per i vossi pori morti". In Trentino erano le campane, suonando, a richiamare le anime. Dentro casa veniva lasciata una tavola apparecchiata e il focolare accesso per i defunti. Si usava preparare dei dolcetti chiamati “cavalli”: erano pani dolci di grandi dimensioni. Le origini, non del tutto certe, sono legate probabilmente all’antico culto della dea Epona, protettrice dei cavalli (epos), che accompagnava le anime dei defunti nell’Oltretomba.

UMBRIA: In questa ragione si usava preparare dei dolcetti chiamati "Stinchetti dei Morti" che venivano mangiati il giorno dei morti per cercare di alleviare la tristezza per i cari amati defunti. Infatti sostituivano le carezze di una persona cara trapassata. Questi dolcetti devozionali si consumavano, da antichissimo tempo, in molte regioni durante la ricorrenza dei defunti, in Veneto si chiamavano Ossi dei Morti e in altre regioni Fave dei Morti.  Questi dolci di solito si preparavano con una base di mandorle tritate e zucchero, farina, burro, buccia di limone. In Valnerina, in Umbria, fino a non molti anni fa le strade che conducevano ai cimiteri erano punteggiate da bancarelle che vendevano proprio questi squisiti dolcetti. In questa regione si svolge ancora oggi la Fiera dei Morti, una sorta di rituale che simboleggia i cicli della vita.

VALLE D'AOSTA: Il 1/2 Novembre si vegliava davanti al fuoco lasciando la tavola imbandita di cibo per i defunti in visita. In varie zone d'Italia è diffusa la credenza che i morti tornino a bussare alla porta dei vivi per chiedere benedizioni per la loro anima nelle pene del Purgatorio. Fino agli anni '50, le parrocchie di Aosta continuavano a suonare ad intervalli le loro campane dal crepuscolo e per tutta la notte e nel pomeriggio di Ognissanti in tutti i café della città si distribuivano gratuitamente le caldarroste. E proprio con le foglie essiccate delle castagne si faceva la tipica “Kiuva”, un ammasso di fogliame conservato all'aperto per essere poi dato da mangiare alle capre durante l'inverno. Alcune famiglie tengono viva ancora oggi una tradizione un tempo osservata in tutte le case la notte tra la festa di Ognissanti e la ricorrenza dei defunti: la sera, preparavano la tavola per i loro cari passati all’altra vita, i bons défunts, mettendo a loro disposizione, per un pasto notturno, caldarroste, vino, formaggio, pane e salsicce.

VENETO: In Veneto, le zucche erano le protagoniste della tradizione; non solo nella cucina di questo periodo (famoso il risotto di zucca), era infatti usanza scavare e intagliare le zucche, che venivano poi illuminate con una candela accesa al loro interno.  Le candele poste al loro interno rappresentavano la resurrezione e, le zucche illuminate, venivano esposte nei davanzali (prendevano il nome di "suca baruca" e in alcune città presso Verona-Vicenza il nome di "Lumere"). Nei balconi-davanzali veniva lasciata in offerta una zucca vuota ripiena di vino come in Lombardia. Anche qui si preparavano gli "oss de mort" e si lasciava a tavola, prima di andare a dormire, un piatto col cibo preferito dai parenti defunti in visita, per ristorarli durante la loro visita. A Vicenza, la mattina del due novembre le donne si alzavano più presto del solito e si allontanavano dalla casa dopo aver rifatto i letti per bene, perché le povere anime del purgatorio potessero trovarvi riposo per l'intera giornata. Dai racconti dei nonni emerge un’altra usanza simile  a quella romagnola: al calare della sera, i ragazzi si divertivano ad intagliare zucche, illuminandole posizionando un lumino acceso all’interno. Una volta pronte, andavano per le oscure strade di campagna o nei pressi dei cimiteri, si nascondevano dietro a siepi ed alberi e, appena passava qualche ignaro in bicicletta o a piedi, usavano le zucche illuminate per fare scherzi paurosi e dispetti. A Venezia il giorno di San Martino (11 novembre) i ragazzini hanno ancora oggi l'usanza di andare per le strade sbattendo pentole e chiedendo doni cantando filastrocche. Ecco un esempio:
San Martin xe 'ndà in sofita/ a trovar la so novissa./ So novissa no ghe gera,/ el xe 'ndà col cuo par tera/ viva viva san Martin/ Viva el nostro re del vin!/

San Martin m'ha mandà qua/ che ghe fassa la carità./ Anca lu col ghe n'aveva,/ carità el ghe ne fasseva/ Viva viva san Martin/ Viva el nostro re del vin!/
Fè atension che semo tanti/ E gavemo fame tuti quanti/ Stè tenti a no darne poco/ Perché se no stemo qua un toco!/

Se si è ricevuto qualcosa si prosegue con:
E con questo ringraziemo/ Del bon anemo e del bon cuor/ 'N altro ano tornaremo/ Se ghe piase al bon Signor/ E col nostro sachetin/ Viva, viva S.Martin./
Se non si è ricevuto niente invece si canta:
Tanti ciodi gh'è in sta porta/ Tanti diavoli che ve porta/ Tanti ciodi gh'è in sto muro/ Tanti bruschi ve vegna sul culo./

Con i soldi guadagnati in questa maniera si acquista il tradizionale dolce di san Martino, che esiste in due versioni: un dolce di pasta frolla a forma del santo a cavallo con spada e mantello, guarnito con glassa di zucchero colorata, praline, caramelle e cioccolatini, oppure (versione più antica) un dolce di cotognata. Tipici della festa sono anche i dolcetti di cotognata (persegada) di varie fogge.





BIBLIOGRAFIA:
- Wikipedia, Halloween.
- "Halloween. Origini, significato e tradizione di una festa antica anche in Italia" di Baldini Eraldo e Bellosi Giuseppe.
- "Le vere origini di Halloween" di Sara Bernini, Monica Casalini, Luce e Chiara Rancati. Anguana Edizioni
- Testimonianze e interviste a diversi utenti di Facebook oltre a nonni e parenti anziani. Si ringrazia in particolar modo gli utenti della pagina Cuore di Strega che hanno voluto contribuire con i propri ricordi.

CREDITI D'IMMAGINE
Foto in copertina: Lumere a Mantova
Cortesia del sito urbanpost.it