lunedì 22 ottobre 2018

Halloween: è davvero la festa di Samhain, «dio dei morti» e «signore della morte»?





*Nota delle admin: A seguito dell’articolo di Patty Wigington intitolato “No, Samhain non è un dio della morte, ecco perché” recentemente tradotto da noi, un nostro attento fan (studioso di miti celtici) ci ha scritto per farci notare che purtroppo vi sono diversi errori nel testo, poiché l’autrice non si è documentata a dovere. Si è quindi gentilmente offerto di scrivere egli stesso un articolo corretto sullo stesso argomento. Lo ringraziamo quindi per l’impegno e per questo fantastico articolo educativo.*


Halloween: è davvero la festa di Samhain, «dio dei morti» e «signore della morte»?
di Alessandro Zabini

Da parecchi anni è purtroppo assai diffusa in rete, anche in lingua italiana, l’opinione secondo cui gli antichi Celti avrebbero festeggiato a Samhain un «dio dei morti», «signore della morte», «signore dei morti», «principe delle tenebre», «dio delle tenebre», chiamato di volta in volta Samhain, Samhan o Saman, analogo a Satana e quindi malvagio e demoniaco.

Dal punto di vista cristiano, «oggi Halloween è una festa importante per i satanisti e corrisponde alla vigilia dell’anno nuovo secondo il “calendario delle streghe“. Il cristiano non può accettare tale festa, cos ì com’è proposta oggi, in quanto è legata strettamente ad atteggiamenti superstiziosi ed è contraria all’autentica vocazione cristiana», come ha stabilito la Conferenza Episcopale dell’Emilia Romagna.


Una delle figure utilizzate da questa propaganda è appunto quella di Samhain, creduto e presentato acriticamente come un nume del mito e della religione degli antichi Celti d’Irlanda, in nome del quale ad Halloween si sarebbero celebrati sacrifici umani e si sarebbero commesse turpi nefandezze d’ogni genere.

I cattolici italiani riprendono questa figura, creduta autentica persino da alcuni neopagani, dalla propaganda dei fondamentalisti cristiani americani, i quali la traggono da alcuni autori ottocenteschi, che a loro volta attingono a un’unica fonte, cioè Collectanea de Rebus Hibernicis (1786), di Charles Vallancey, in cui si trova tutto quello che in forma frammentaria e alterata continua tuttora a essere diffuso in Rete, sia in lingua italiana sia in lingua inglese. Secondo Vallancey, in novembre, mese del lutto e della intercessione dei vivi a beneficio delle anime dei defunti, Samhain, o Baal-Samhan, chiamava le anime a giudizio per stabilire, in base ai loro meriti o demeriti, se si sarebbero reincarnate in corpi umani oppure animali, e se sarebbero stati felici o infelici nella loro nuova dimora, ossia il mondo sublunare. Per questo Samhain era chiamato Balsab, ovvero Dominus Mortis, perché Bal significa «signore» e Sab significa «morte». La vigilia di Ognissanti era chiamata in Irlandese Oidhche Shamnha, ovvero la notte o vigilia di Samhain, e il giorno successivo si celebrava la grande festa di Samhain, con sacrifici offerti alle anime dei defunti. Paragonando Balsab, sinonimo di Samhain, al Fenicio, all’Ebraico e all’Arabo, Vallancey concludeva che era analogo a Baal-Zebub e quindi era Dominus Mortis. Dunque era anche Principe dei demoni, perché tale era Baal-Zebub per gli Ebrei, nonché per i Vangeli di Matteo (12:14) e di Luca (11:15).

L’opera di Vallancey era già superata e dimenticata nella seconda metà dell’Ottocento, quando studiosi competenti avevano ormai incominciato a indagare con strumenti e metodi adeguati la storia e la cultura celtiche. Oggi essa non può essere affatto considerata come documentazione attendibile di tradizioni autentiche. Infatti il presunto «dio della morte» celtico non è mai esistito e invano se ne cercherebbe traccia nella migliore saggistica sui miti, la storia, la letteratura e la cultura dei Celti.
Se Samhain, «dio dei morti», non è mai esistito e se Samhain non è la sua esecrabile festa, cos’è Samhain, cosa significa, com’era celebrata anticamente? Alcune risposte sono fornite dalla linguistica e dall’antica letteratura irlandese criticamente tradotta e interpretata dagli studiosi più esperti.

L’etimologia di Samhain (Irlandese moderno), o Samain (Irlandese antico) non è affatto certa. Quella che la interpreta come «fine dell’estate» è probabilmente un’etimologia arbitraria, a meno che «estate» si riferisca a tale stagione nel mondo degli immortali: quando «qui» è inverno, «là» è estate. 
Il significato originario di samain (che in relazione alle api significa «sciame») sembra essere stato «assemblea», nella fattispecie «assemblea, riunione, con i morti e con l’Aldilà»

Infatti Samain è un tempo al di fuori del tempo, un momento unico, la porta che nell’inverno nel mondo si apre sull’estate nell’Altromondo, offrendo al genere umano la possibilità di incontrare coloro che dimorano nei side, i luoghi oltremondani, e proprio questo la caratterizza nella letteratura irlandese medievale, la quale attinge a un’arcaica tradizione orale e mostra chiaramente quale significato avevano quei giorni nell’antica Irlanda.

In Airne Fingen (IX o X sec.) si narra che un tempo, quando Fingen mac Luchta vegliava la notte di Samuin sui colli di Druim Finghein, giunse una donna del sid, che sempre gli faceva visita a Samuin per narrargli quali meraviglie e quali prodigi avvenivano in Erin in quella notte sacra, da Samuin a Samuin. Il suo nome era Rothniamh, figlia di Umuild Urscothaigh di Sidh Cliach.

In Seirglige ConCulaind inso sis 7 oenet Emire (X-XI sec.) si narra: «Ogni anno gli Ulaid erano soliti festeggiare, e il periodo in cui festeggiavano era per tre giorni prima di Samain, e per tre giorni dopo quel giorno, e a Samain. E il periodo di cui si parla è quello in cui gli Ulaid solevano riunirsi in assemblea a Mag Muirthemne, e là erano soliti festeggiare ogni anno, e nulla facevano in quel periodo se non gare e giochi, e commerciare, e piaceri e divertimenti, e splendori e fasti, e banchettare e pasteggiare, e da questa loro usanza derivò la Festa di Samain, che oggi si celebra in tutta l’Irlanda» .

In Macgnimartha Finn inn so sis (XII sec.), racconto delle imprese giovanili di Finn mac Cumaill, si narra che ogni anno a Samain avveniva il corteggiamento di Ele, bellissima fanciulla la quale dimorava a Bri Ele, ovvero nel sid di Bri Ele, perché «i side d’Irlanda erano sempre aperti a Samain, giacché a Samain i side non potevano essere nascosti». Infatti per il feth fiada, dono d’invisibilità di Manannan, i side e i loro popoli erano sempre invisibili agli occhi umani, tranne a Samain.

Queste sono dunque alcune delle radici celtiche più antiche di Samhain, a cui Halloween in qualche modo può ancora rimandare.

Alessandro Zabini Bologna, 21 Ottobre 2018

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sabato 13 ottobre 2018

Riflessioni sulla morte e gli Antenati





Riflessioni sulla morte e gli Antenati

di Morgana Marco Vettorel

È una sera di fine estate, l’autunno è alle porte e Halloween-Samhain si avvicina.
Ciò mi porta gioia ma anche…tristezza! Ogni anno purtroppo si assistono a crociate contro  questa ricorrenza, da parte di persone ignoranti (nel senso che ignorano) e da paladini della cristianità e puntualmente mi chiedo: perché?.
Non lo nego, mi definisco Strega e seguo le Antiche Vie da quando sono piccolo. Ciò mi ha portato ad avere una visione diversa dalla massa riguardo questa festività e i temi a lei connessa (morte e defunti) ma, a mio parere, non bisogna essere streghe o pagani per continuare a rispettare i propri morti, e per avere il coraggio di affermare che la morte è un qualcosa di naturale, necessario.
La mia mente è affollata da infinite domande sul perché la gente VUOLE ignorare la verità su questa festa, dando potere a bufale e superstizioni, arrivando persino a negare la storia e a lanciare campagne anti Halloween con tanto di processioni  notturne, disturbando chi vuole festeggiare questa festa anche solo per divertimento e svago. Ognuno è libero di credere o no in ciò che vuole, di festeggiare o meno una festa ma nessuno deve permettersi di obbligare gli altri a pensarla come loro, di rovinare il divertimento (e/o la sacralità) altrui.

Mentre scrivo tutto ciò, mi sto godendo il film Coco della Pixar-Disney sul televisore. Anche in questo caso, ricordo le piccole proteste da parte di alcuni genitori scandalizzati. Il motivo? Perché era considerato un cartone non adatto ai bambini e al periodo in cui è uscito nei cinema (Dicembre 2017, verso le festività natalizie). Conoscevo le tradizioni del giorno dei morti messicani (Dia de los Muertos) ancora prima di Coco e ho sempre trovato affasciante le loro usanze a riguardo, la loro visione dei propri cari defunti.
Dopo la morte di mia nonna, una dei familiari a cui tenevo di più in assoluto, il mio percorso spirituale mi ha portato ad approfondire questo argomento ancora di più, fino a rendere il culto degli Antenati una parte importante del mio percorso. Non c’è giorno in cui non onoro i miei antenati  e ogni autunno, in occasione di Halloween-Samhain, allestisco un altare in grande stile per loro, con i piatti e le bevande che preferivano in vita, il tutto decorato con teschi finti e non, esposto nella mia cucina nonostante parenti e amici che, nonostante ho spiegato il significato di quei simboli più volte, continuano a vedere il tutto con stranezza, quasi fastidio, come se avessero timore di pensare ai morti stessi.

Tutto ciò mi ha fatto riflettere su diversi aspetti: perché la gente teme Halloween e non vuole nemmeno approfondire la sua conoscenza? Perché teme (e vede come malvagio) i temi associati con questa festa? E, queste domande, mi hanno portato a chiedermi…Perché la gente teme la morte?

Iniziamo col dire che la nostra società, e la religione dominante, non forniscono gli strumenti necessari per affrontare l’elaborazione del dolore e spesso ci hanno terrorizzati fino ad impedirci qualunque iniziativa a riguardo.
Siamo abituati a partecipare a funerali, a consolarci a vicenda, ma restiamo bloccati con i nostri pensieri, il nostro dolore e la nostra paura.
Questo è dovuto, soprattutto, dalla visione della morte nella nostra società moderna e occidentale: una visione piena di contraddizioni (non si vuole pensare alla morte, mai, però si accende il televisore ed ecco partire servizi dei telegiornali, film, ecc…che parlano di omicidi e morti), qualcosa di sacro ma al tempo stesso di oscuro, negativo, un qualcosa che porta dolore e senso di solitudine.
Si cerca di parlare della morte il meno possibile, la si tiene lontana dai nostri pensieri, quasi non la si nomina (vi capita di visitare spesso i cimiteri? A me e le mie amiche si. Ci piace fare passeggiate in cimiteri, nuovi e non e, a parte il periodo tra fine Ottobre e inizio Novembre, sono spesso trascurati, lasciati a se stessi. Molte tombe sono dimenticate e, delle volte, causa riesumazioni eseguite senza rispetto, troviamo addirittura pezzi di ossa, e/o di abiti di defunti, dimenticati nella terra… Ogni volta ci piange il cuore).
Un tempo si moriva in casa. La morte veniva accettata come un fatto naturale, simile al cambiamento delle stagioni, era spesso oggetto di scherzi, entrava un po’ dappertutto: nei proverbi popolari, nelle barzellette, nelle canzoni (già che ci sono, ricordo ai vari lettori le diverse usanze regionali connesse al culto dei morti e la vigilia di Ognissanti, alcune molto simili alle tradizioni del moderno Halloween).
Oggi la morte è come scomparsa. Si va a morire lontano da casa: in clinica, in ospedale, in casa di cura, all’ospizio. Certo alcune volte, causa malattia o altro, è inevitabile ma, altre volte no. Si sceglie la strada più semplice: la vecchiaia di un parente, ad esempio, viene vissuta come un peso e si preferisce tenerla fuori dalle mura domestiche. Di recente i miei stessi vicini hanno messo in una casa per anziani un loro parente e il motivo? Parole loro, non volevano starle dietro. Aveva la badante, era seguita, ma tra una nuova casa e restare in quella precedente, con il proprio parente debole, hanno scelto la nuova casa.
Detto ciò, la maggior parte della gente non vuole pensare alla morte! Non ne vuole sapere e la allontana il più possibile dalla propria vita. Basta visite al cimitero, poco a che fare con parenti anziani e malati, non bisogna pensare alla morte!

Ed ecco entrare in gioco Halloween, una festa che, tra decorazioni e argomenti, porta a ricordarsi della morte. Ciò divide ogni anno la nostra società: da una parte troviamo persone che l’accettano per quello che è, un momento sacro e profano in cui fare festa e onorare i propri defunti mentre, dall’altra parte purtroppo, troviamo persone che la vedono come una festa blasfema, che scatena paura e ansia, una festa oscura che si permette di esorcizzare la morte. 
Quello che la nostra società deve comprendere è che la storia di Halloween, la sua magia, riguarda tutti noi, le sue radici sono anche le nostre radici ed è necessario che, senza pregiudizi, impariamo a conoscerlo, compiendo un grande viaggio non solo indietro nel tempo ma anche nel mondo.
La morte ci ricorda come prendere le cose da un prospettiva più ampia e a dare valore alle nostre vite.
Ci ricorda di goderci ogni istante, cogliere ogni occasione, di vivere!

Tutto ciò porta in gioco un’altra questione che mi sta molto a cuore, gli Antenati.
Le persone che temono Halloween e non vogliono comprendere il suo significato, sono spesso le stesse persone che temono la morte e che, come accennato in precedenza, trascurano i cimiteri e, di conseguenza il più delle volte, i propri cari defunti. Persone che vanno in cimitero solo quando si ricordano di farlo (in occasione di Ognissanti, di solito) perché non vogliono doversi trovare nella situazione di dover pensare alla morte.  Credenti e non anche se, nella maggior parte dei casi, si parla di credenti (le crociate stesse contro Halloween non sono lanciate da neo pagani o atei e agnostici, ma da praticanti della religione cattolica).

Come Strega, io credo nella vita dopo la morte: non la vedo come una fine definitiva ma un passaggio verso un nuovo Viaggio, una nuova vita. L’accetto per quello che è.
Questa mia visione mi porta a rispettare i miei cari defunti, ad onorarli tutto l’anno. Non c’è mattina in cui un pensiero d’amore non va a loro. Io credo nei miei Antenati, nei miei cari defunti che, anche se possono aver iniziato una nuova vita come individui nuovi, sono sempre connessi con me.

Come sentiamo cantare spesso sul film Coco:
“Ricordami
ora devo andare via
ripensa a me
sentendo questa melodia
uniremo con le note il cuore e le anime
il tuo amore rimarrà
sempre per me”

Non vedo niente di spaventoso, strano o peccaminoso nel parlare con un defunto a cui volevate bene e nell’onorarlo. Non voglio parlare di spiritismo, ci vorrebbero articoli a parte (anche se è un argomento davvero interessante e rischioso per alcuni versi, vero, ma tanto e troppo “demonizzato”). Qui intendo quello che ho scritto: continuare a comunicare con i propri cari, con Amore e Fiducia, come faccio ogni giorno con i miei Antenati.
Loro possono sentirvi. Loro vogliono ascoltarvi e aiutarvi quando avete bisogno di loro. Se ne avranno la possibilità lo faranno.  Anche una volta cominciata una nuova vita, l’amore che vi unisce vi permetterà sempre di sentire la loro presenza e chiedere il loro aiuto.

Cosa ci impedisce di parlare con loro? Diversi elementi, tra cui la nostra società, l’ambiente in cui viviamo: vuoi perché la religione dominante ha una sua visione molto dura a riguardo, vuoi perché la gente è troppo superficiale ed etichetta subito come “strano, matto, negativo” chi vive la morte in questo modo, vuoi anche per la nostra paura e si, anche il nostro senso di colpa. Ma se abbiamo amato qualcuno in vita, perché temerlo quando ci lascia? Perché averne paura, perdere fiducia nei suoi confronti e vivere anche questo dolore?

Quando una persona cara muore, il principale colpo che si riceve deriva dal percepire che è stata interrotta la comunicazione, qualcosa di cui gli esseri umani (anche i più riservati) non possono fare a meno. Ci si sente in colpa, forse, per non esserci scusati di un piccolo sgarbo o di una situazione spiacevole che non si è riusciti a risolvere, creando un vuoto nel rapporto che si credeva prima o poi di cancellare. Ora non c’è più nessun poi.  Colpa e solitudine impediscono di elaborare il lutto e si preferisce relegare il dolore in profondità, sotterrarlo e non pensarci. Ma invece quel dolore è li, e prima o poi si manifesterà.

Per risolvere questo problema, bisogna partire dalla certezza che possiamo comunicare con loro, anche parlando “con l’aria”. Abbiamo bisogno di farlo. Anche i nostri morti hanno bisogno di ascoltarci. Dobbiamo dire a loro ciò che davvero pensiamo: che ci mancano, o che ce l’abbiamo con loro perché ci hanno lasciato. Anche questo va bene. Se sembra semplice e banale, potete farlo davanti ad una loro fotografia, accendendo una candela per loro.

Fatto ciò, ci sono diversi modi per onorare i propri defunti. È un argomento, ed un esperienza, personale: molto dipende da voi, dalla vostra visione-rapporto con la morte e dal vostro cammino spirituale. Ciò che è adatto a me, non è detto che lo sia per voi. Ci sono diverse tradizioni e usanze, antiche e moderne. L’unico consiglio che posso dare è quello di iniziare col fare ricerche sulle diverse tradizioni italiane e non, fino a trovare quelle che sentite più in affinità con voi. Passeggiare per cimiteri, lasciare offerte d’incenso e di mele rosse, preparare una cena muta o un posto in più a tavola per i defunti durante la vostra festa di Halloween, accendere una candela in loro onore, sono solo dei piccoli accenni alle diverse tradizioni che potete sperimentare fino a scoprire quelle adatte a voi. Di seguito, riporto una delle mie tradizioni preferite.

L’altare per i defunti
Gli altari allestiti in onore dei defunti non sono affatto rari: compiendo ricerche sulle antiche tradizioni europee e sulle tradizioni messicane e sudamericane riguardanti il giorno dei morti, si trovano numerose
testimonianze.
Lontano dall’essere qualcosa di malefico e disgustoso, l’altare diviene il luogo preciso presso cui rendere onore ai defunti, un punto di connessione tra noi e gli Antenati.
Non sarebbe male l’idea di allestirne uno all’interno della propria abitazione in occasione di Halloween-Samhain, o per i mesi di Ottobre/Novembre. Il motivo?  Principalmente due: per riconoscimento e per onore.
Riconoscimento perché ci rendiamo conto che il nostro spirito continua a vivere dopo la morte, e ci serviamo dell’altare e dei suoi oggetti, per affermare questa convinzione. Onore per ringraziare i nostri amati defunti della loro presenza, e del loro aiuto, quando erano in vita. Per continuare a dare il nostro amore e il nostro rispetto, a qualcuno a cui volevamo bene.
Per creare l’altare per i defunti basta…Che piaccia a voi. Lasciate che la creatività e l’amore, vi aiutino nel vostro lavoro, cosi da dare l’aspetto che volete voi. Non deve recarvi spavento o offendervi, dovete creare un qualcosa che vi piaccia e che renda onore ai vostri antenati, affinché non rovini il loro ricordo.
Potete scegliere una tovaglia che vi piace, e sopra mettere le foto dei defunti a cui tenete (in mancanza va bene anche un oggetto della persona o un biglietto con il nome del defunto). Continuate decorando l’altare con quello che piace a voi: fiori freschi, pietre, teschi colorati, zucche, date sfogo alla fantasia. Lasciate uno spazio per un piattino in cui metterete offerte di cibo (che in seguito  potete portarle presso la tomba del defunto o seppellirle sotto terra in giardino) e un bicchiere con una bevanda per dissetare gli Antenati.
Nel mio altare trionfano le foto di tutti i miei cari defunti, oltra ad oggetti che usavano in vita. Uso una tovaglietta a forma di zucca e decoro il tutto con fiori, candele, teschi colorati e gufi. Inserisco spieghe di frumento e il piattino con le offerte (dai primi di Ottobre fino ad Halloween, offro una mela rossa ogni settimana mentre, il grande giorno, il cibo preferito dei miei antenati) e un bicchiere di vino rosso, oltre a bastoncini d’incenso.
Ricordatevi di mantenerlo sempre in ordine e pulito, portate rispetto per il vostro lavoro e per i vostri cari.

Ringraziamenti e bibliografia
Volevo scrivere un testo sul culto degli Antenati, una ricerca storica e spirituale sulla morte e gli Antenati.
Man mano che scrivevo, sentivo che non era quello che dovevo fare. Ci sono molti studiosi che hanno già affrontato questo argomento con impegno e professionalità. Cosi, accompagnato dai miei ricordi e dalle mie esperienze, ho voluto scrivere un testo breve di riflessione. Un qualcosa di semplice ma capace di accendere qualche fiamma, qualche riflessione in ognuno di voi. Tutti noi abbiamo avuto qualcuno  a cui volevamo bene ma che poi ci ha lasciati. Tutti noi abbiamo conosciuto il dolore e quel senso di vuoto incolmabile durante un lutto, ma in tanti si sono fermati a questo, alla perdita. Per paura o per altri fattori, non sono riusciti a rialzarsi, elaborare la situazione e continuare ad amare. Cosi è nato questo semplice testo, con la speranza di aiutare alcuni lettori a ricordare l’amore, ad onorare i propri cari defunti senza timore o vergogna, continuando a volergli bene, smettendo di alimentare solo il dolore.
Dedico questo breve testo a mia nonna, mia guida in vita e non solo.
Alla mia congrega, le mie sorelle, che vivono i loro cari defunti senza paura, ma con amore e rispetto.
Grazie.

-L’albero di Halloween di Ray Bradbury, Fabbri Editori
-La notte di Halloween di Silver Ravenwolf, Armenia edizioni
-Le vere origini di Halloween a cura di Sarah Bernini, Luce Menegatti, Chiara Rancati, Monica Casalini, Anguana edizioni
-Halloween. Origini, significato e tradizione di una festa antica anche in italia di Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi

Crediti d'immagine: REuuN

lunedì 3 settembre 2018

Halloween Mail Art





Per il 2018 il Progetto “Le vere origini di Halloween” lancia una raccolta di mail art a tema Halloween. Partecipate numerosi! Qui di seguito alcune informazioni importanti:

1.      Di cosa si tratta? NON e’ un concorso ma solo una raccolta di mail-art a tema per creare un archivio di arte postale che affronti questo tema specifico, senza che vi sia una giuria che giudichi gli elaborati. Tutti possono partecipare!
2.      Cos’è la mail-art? L’arte postale è una forma artistica che usa il servizio postale come mezzo di espressione creando un rapporto tra mittente e destinatario: si risponde in maniera artistica ad un inoltro artistico. La mail art è sia il messaggio spedito che il mezzo attraverso cui è spedito. Spesso i mail artisti spediscono cartoline, carta, collage composti da oggetti di uso comune ed immagini riciclate, francobolli d’artista, dipinti, libri d’artista, poesie, musica e, più in generale, opere di piccole dimensioni. Nel nostro caso, il progetto “Le vere origini di Halloween” riceverà le vostre creazioni per poi poterle raccogliere in una mostra virtuale sul sito del progetto e nella pagina FB dedicata.

MODALITA’ DI PARTECIPAZIONE (gratuita, ovviamente!):
  • Non vi sono limiti di quantità di buste e/o cartoline inviate;
  • Dimensioni e colore delle buste/cartoline: a scelta dell’artista entro e non oltre il formato A4;
  • Tecnica: a scelta libera dell’artista; si può decorare la busta sia attraverso immagini che attraverso testi (poesie, brevi racconti, frasi, citazioni ecc.);
  • Oltre alla busta esterna, si potrà anche realizzare un’opera che verrà spedita all’interno della busta stessa; in questo senso, non vi sono limiti alla fantasia dell’autore. L’opera spedita potrà essere di qualsiasi tipo, anche materico, l’importante è che rimanga sempre entro le dimensioni dell’A4 se bidimensionale (per facilitarne la scansione); se tridimensionale, le dimensioni non possono essere definibili e in questo caso l’opera verrà fotografata per essere pubblicata on-line;
  • L’opera può essere arricchita anche da francobolli d’artista (quindi finti francobolli creati ad hoc dall’autore), timbri postali artistici ecc.;
  • Sulla cartolina/busta (o anche dentro) dovranno essere presenti nome e cognome dell’autore (chi vuole può anche dare informazioni sulla tecnica usata) ed una liberatoria firmata in cui si dia il consenso al trattamento dei propri dati personali e per la pubblicazione dell’opera. Ovviamente, l’indirizzo di spedizione verrà censurato nelle immagini che verranno pubblicate, per motivi di privacy di chi spedirà;
  • Invio: dal 1 Settembre al 15 Ottobre 2018.
  • Indirizzo a cui spedire: Alessandra Luce Menegatti, Via A. Boito 10a, 37050 Vallese di Oppeano (VR).
  • Le lettere, le cartoline e le opere inviate NON verranno restituite agli autori, ma resteranno nell’archivio del progetto “Le vere origini di Halloween”.

Per ulteriori informazioni:
Mandare una mail al nostro indirizzo email oppure inviare un messaggio privato alla pagina facebook: Le Vere Origini di Halloween

martedì 31 ottobre 2017

Auguri a tutti!

Auguriamo a tutti un felice Halloween all'insegna del divertimento con i vostri amici e i vostri bambini.
Vi auguriamo altrettanto un felicissimo Samhain con il ricordo dei vostri cari e attorniati dal calore della vostra famiglia.


domenica 22 ottobre 2017

La letteratura gotica e lo spirito di Samhain






La letteratura gotica e lo spirito di Samhain
di Alessandra Micheli

Finalmente ci siamo!
La festa che molti di noi attendevano con una sorta di ansiosa aspettativa è finalmente arrivata:
Halloween o meglio conosciuta dai Celti come Samhain.
La festa di passaggio dove il velo che separa regno immateriale e quello materiale si assottiglia così tanto
che entrambe le energie, forma e sostanza, possono confluire una nell’universo dell’altra. È per questa
sua atemporalità, questa sua caratteristica sospensione delle leggi della fisica e del regno del dio vivente,
che l’alone numinoso distintivo di questo periodo ci rende quasi folli, quasi spavaldi e ci permette
davvero di sognare e di attraversare dimensioni, livelli di coscienza e magari, perché no, lasciarsi andare
a una caotica baldoria.

È questo il motivo per cui il tempo sospeso diviene meta di travestimenti, di atti che sono al confine tra
il lecito e l’inconsueto e che per questa loro ineffabilità definiamo macabri. Del resto, e qua ci viene
incontro la semantica, il termine stesso macabro è evocativo. Oramai sinonimo di truce, raccapricciante,
è collegata fortemente al tema della morte (vista in modo benevolo nei tempi antichi) e si riferisce alle
famose iconografie della danza macabra, ossia la raffigurazione di una danza sfrenata tra uomini e
scheletri o cadaveri a volte dirette da una rappresentazione simbolica della morte stessa. La funzione
etico-morale di questi quadri (ricordo il bellissimo dipinto di Nicolas Poussin Il ballo della vita umana
al suono del tempo) era ricordare il memento mori, la caducità della vita, un nulla, un effimero istante
rispetto alla vera vita, ossia quella dell’anima. Ce lo ricorda lo stesso Branduardi con Vanità di Vanità:

Vai cercando qua, vai cercando là,
ma quando la morte ti coglierà
che ti resterà delle tue voglie?
Vanità di vanità.
Sei felice, sei, dei piaceri tuoi,
godendo solo d'argento e d'oro,
alla fine che ti resterà?
Vanità di vanità.

Quest’argomento è pertinente a una festa che ha il pregio di ricordarci come la morte, come i nostri
antenati e gli stessi abitanti del regno fatato o della dimensione spirituale, sono vicini a noi, tanto che
possiamo in certi periodi “magici” toccarli con mano e che quindi la morte è soltanto un passaggio da
una condizione all’altra. Pertanto, giochiamo con questo macabro e riallacciamo i rapporti con una
morte da troppo tempo tenuta fuori dalle nostre coscienze e vite e la riabbracciamo come un’amica da
troppo tempo perduta e ritrovata quasi per un caso del fato. Pertanto, ritrovato il significato di macabro più come inquietante, grottesco e fuori dal comune, osserviamo attentamente qual è il genere che più si
avvicina alla nostra festa di Halloween o per meglio chiamarla All Hallows’ Eve (La Vigilia di Tutti i
Santi).

Il genere che fa da sfondo in maniera ottimale a Samhain/Halloween è sicuramente un genere oramai
poco curato ma di impatto scenico e emotivo notevole ossia il gotico.
Cos’è il romanzo gotico?
Questo genere narrativo si sviluppò nella seconda metà del settecento, quasi come reazione alla logica
illuminista e si compose di due elementi importanti e distintivi: il romanticismo (inteso come
espressione dei sentimenti, non come la corrente letteraria) e l’orrore, l’orrido, il grottesco e il dark.
Questi elementi creano il vero contesto in cui le storie prendono vita, l’ambientazione che farà da
padrona a questi libri ossia il periodo medievale, i castelli diroccati, i paesaggi cupi e tenebrosi, l’amore
perduto, i conflitti interiori (che apriranno la strada per i successivi romanzi a sfondo psicologico come
William Wilson di Edgar Allan Poe) e, ovviamente, il sovrannaturale.
Si considererà precursore, nonché padre del genere, un certo Horace Walpole creatore del bellissimo Il
castello di Otranto del 1764 (libro che consiglio vivamente). Il testo, perfetto in ogni suo elemento, si
presenterà come traduzione di un antico manoscritto di origine italiana ambientato nella Puglia
medievale (che faceva parte del regno delle due Sicilie del re Manfredi), escamotage che donerà al
racconto un certo alone di leggenda e di veridicità, che verrà disturbata dall’intromissione dell’elemento
magico. E sarà questa tecnica che lo renderà immortale e ancor più inquietante, confondendo lo stato
della veglia e lo stato del sogno, ottimo per essere letto nelle strane notti di Halloween.
Cosa ancor più interessante è che il nostro prode Horace ordinò la costruzione di un castello nelle
campagne inglesi chiamato Strawberry Hill. Ed è in questa fortezza che l’autore diede alla luce il suo
testo, come se per crearlo si fosse reso necessario assorbire le necessarie energie per dare vita a incubi e
per creare quel suo stile nefasto. Il castello è fondamentale proprio per comprendere l’anima “nera” del
genere, un’anima che, come ho già detto, si ribella al razionalismo neoclassico e alla logica dell’età dei
lumi, un’età che poneva la scienza come unico autorevole referente per l’arte e per la creatività. Tutto
questo a scapito dell’emozionalità che con il gotico venne riportata sul piedistallo come necessario
motore dell’azione umana. In questo caso il gotico fu l’antesignano delle teorie di Vilfredo Pareto che
individuava in ogni idea razionalista o scientifica un suo retaggio passionale e illogico che chiamò
Residui. Ed è su questi residui che Walpole e i suoi successori puntarono per dare movimento e
profondità a quelli che oggi possono apparire deliri. Lo struggimento sentimentale, la paura, la
soggezione di fronte al sublime e all’elemento dissonante estraneo diedero maggior consistenza alla
parte dell’ombra che più tardi fu considerata da Jung parte necessaria di un corretto sviluppo psichico.
E così le rovine e le immagini evocative di questi testi poterono accostarsi alla paura e alla certezza di
una lenta e inesorabile decadenza umana, non solo delle creazioni materiali ma anche e soprattutto
morali e legislative.

Pertanto, il nostro Horace aprì di fatto la strada al nuovo filone narrativo, ispirando il romanzo di Clara
Reeve Il vecchio barone inglese del 1777 (titolo originario era The champion of virtue, fu solo nel 1778 che
apparì con il titolo corrente). Questo testo si considera diretto discendente di Il castello di Otranto
incentrando ancora l’attenzione su tradimenti, orrori e la classica ma sempre coinvolgente lotta tra il
bene e il male dove ogni ingiustizia sarà punita e ogni torto verrà risarcito. Ci prova anche William
Beckford con l’opera orientaleggiante Vathek. Anche se in questo testo abbiamo più che altro un tentativo scientifico che più tardi svilupperà Mary Shelley, è interessante notare la caratteristica di
erotismo che Beckford infonde al racconto (erotismo che sarà preponderante nelle opere vampiresche,
in particolare con Carmilla) che si accosterà in un tripudio di emozione al gotico puro e all’orrore.
Se questi due sono i primi tentativi, non si può parlare ancora di gotico in senso stretto ma di proto
gotico e loro pregio è di superare il limite temporale, uscendo dal Medioevo per indirizzarsi verso la
sperimentazione letteraria pura conservando, però, molte caratteristiche intriganti. E posso dire che
Vathek offre spunti di riflessione per poter analizzare uno dei massimi capolavori del genere,
Frankenstein, esplorando le impervie strade di chi, assetato di potere, crederà possibile dominare la
morte e creare la vita divenendo un vero e proprio demiurgo. Pertanto esiste il tema del superamento
dei limiti della coscienza e la volontà sfrontata di esplorare caverne segrete di un mondo sotterraneo
(simbolo della psiche inconscia e degli impulsi) dove però l’equilibrio cosmico si attiva per infrangere il
turpe proposito facendo restare la volontà di potenza una mera illusione. Senza la necessaria coscienza
etica o morale, nessun’azione può essere intrapresa senza che il mondo e dio si ribelli e senza creare
conseguenze atroci. È qua racchiuso anche il senso di una certa morale anglicana che pone l’uomo in
costante sottomissione alle leggi divine e che pervaderà di una certa esegesi moraleggiante molti degli
scritti classici.

Un’altra delle maggiori esponenti del genere è Ann Radcliffe che è capace di creare un vero romanzo
“nero” e che brilla per la sua capacità di creare ambientazioni efficaci e dotata di un’abile capacità
descrittiva di romantici e cupi paesaggi. La nostra Ann riesce nelle sue opere a far cooperare
piacevolmente ragione e sentimento, donando spiegazioni razionali agli elementi misteriosi che
abbondano nei suoi racconti. Ed è questa la novità interessante che apporta la nostra autrice con
l’introduzione di quella che diventerà una vera e propria simbologia psicologica comune a testi di livello
come quelli di Edgar Allan Poe (non a caso la Radcliffe distingue le reazioni di terrore e orrore
donando a entrambe le giuste cadenze di movimento; ricettivo e in grado di dilatare l’animo e donare
un movimento attivo al protagonista il primo, raggelante e paralizzante il secondo). Con I misteri di
Udolpho e L’italiano (1797) incontriamo due eroine (Emily e Ellena) perseguitate da una presenza
maschile, protette dalla loro delicata riservatezza e dal profondo senso del decoro, immerse nel
cattolicesimo (qua si differenzia dalla rigidità anglicana), che fanno affidamento non sull’istinto ma sulla
loro ragionevolezza per il superamento delle difficoltà. E’ presente una certa tendenza al bigottismo
sessuale e morale, evidente anche nel libro L’italiano (la protagonista Elena è rinchiusa in un convento
in un’Italia immaginaria poiché la Radcliffe non l’ha mai visitata) che è, nonostante il suo splendore,
dominato da potenti stereotipi.
Altro capolavoro gotico è opera di Monk Lewis1, uno scrittore inglese che si guadagnò la popolarità
grazie al suo romanzo Il monaco (1796), best-seller dell’epoca. L’ambientazione è quella di un convento
di frati cappuccini (tema che sarà poi ripreso da Il nome della rosa, un libro che ha una certa atmosfera
neogotica) nella Spagna dell’epoca dell’Inquisizione. L’atmosfera è pregna di una claustrofobica
repressione e dall’ambizione opposta alla presunta serenità che ci si aspetta dalla vita dei monaci.
Questo aspetto si oppone all’idealismo della Radcliffe e si incentra sul tentativo, riuscito grazie a una
perfetta prosa, a instaurare nel lettore un senso di terrore dovuto a eventi sovrannaturali, velati però da
un certo erotismo sottile, senza tuttavia eccedere mai. È quest’equilibrio che rende il libro coinvolgente,
una tentazione continua che però non porta mai il lettore a oltrepassare la soglia della decenza; stuzzica,
provoca ma resta nei giusti canoni, risultando - pertanto - più intrigante proprio per questo suo tendere
all’acme senza poterlo mai raggiungere. Seppur mancante della profondità psicologica che caratterizzerà
gli altri successivi romanzi gotici, è tuttavia interessante esempio di come il genere fosse in grado di
unire perfezione stilistica con la capacità di dare movimento al testo tramite colpi di scena che vedono
protagonisti cripte segrete, passaggi sotterranei e descrizioni orrifiche:

“Miriadi d'insetti si posavano sulle sue ferite, conficcandogli i pungiglioni nel corpo e infliggendogli le più acute e
insopportabili torture. Le aquile della roccia gli strapparono le carni pezzo dopo pezzo e con i becchi ritorti gli spiccarono
gli occhi.

Nel proseguire degli anni, il romanzo gotico si stacca dall’elemento soprannaturale assai ridotto fino a
incontrarsi e confondersi con il genere dell’orrore. Ecco che nei primi anni dell’Ottocento abbiamo testi
come quelli di Charlotte Dacre con il suo Zofloya, il romanzo più conosciuto in cui si incentra il tema
delle donne mortali e la vendetta femminile, un tema caro alla saggista Cinzia Tani (in questo libro il
personaggio femminile segue e brutalmente uccide la sua rivale in amore). Purtroppo, il suo testo - un
incontro tra il racconto della brutalità umana e la morale educativa contro la lussuria - resta avvinto
nelle tenebre, poco conosciuto e poco apprezzato, nonostante la nostra autrice fosse stimata da poeti
del calibro di Shelley che fu profondamente influenzato dai suoi romanzi.
E arriviamo a uno dei capolavori indiscussi del gotico, ossia il Frankenstein di Mary Shelley. È questa una
figura intrigante del panorama letterario femminile delle prime decadi dell’Ottocento e la genesi del suo
romanzo è degna di un romanzo. Nel Maggio del 1816, Mary e Percy (sì, lo Shelley poeta) assieme a
Claire Claimont, si diressero assieme al figlio verso Ginevra. Avevano pianificato di trascorrere l’estate
con un altro grande nome della letteratura inglese, Lord Byron (nel raccontarlo l’invidia ancora mi
divora) che di recente aveva iniziato una relazione con la stessa Claire. Lo scopo dell’incontro era quello
di prendere una decisione circa il frutto di questa passione proibita e fu così che nel 1816 presero in
affitto la Maison Chapuis nei pressi della villa in cui Byron risiedeva, Villa Diodati, vicino al villaggio
di Cologny. Byron era accompagnato da un giovane medico, suo segretario, un certo Willam Polidori.

Vi suona forse famigliare?
L’estate, ahimè non fu clemente; piovosa e lugubre, li costringeva a stare per intere noiose giornate
dentro le abitazioni e, seppur impegnati in discorsi di un certo spessore culturale, la noia abitava
sovrana nel loro animo. E fu così che Byron (dio lo abbia in gloria) propose un gioco: ognuno di essi
avrebbe dovuto scrivere un racconto dell’orrore. Fu in quell’atmosfera lugubre che nacquero il
Frankenstein e anche il primo racconto di vampiri, molto prima del celeberrimo Stoker, ad opera di
Polidori.
Il libro fu frutto di un sogno, Mary nel dormiveglia produsse una meraviglia, quasi fosse ispirata dalla
musa:

"Vedevo - a occhi chiusi ma con una percezione mentale acuta- il pallido studioso di arti profane inginocchiato accanto
alla "cosa" che aveva messo insieme. Vedevo l'orrenda sagoma di un uomo sdraiato, e poi, all'entrata in funzione di
qualche potente macchinario, lo vedevo mostrare segni di vita e muoversi di un movimento impacciato, quasi vitale. Una
cosa terrificante, perché terrificante sarebbe stato il risultato di un qualsiasi tentativo umano di imitare lo stupendo
meccanismo del Creatore del mondo.”

Ecco che da un ilare gioco venne pubblicato nel 1818 anonimo il Frankenstein, ovvero il moderno
Prometeo che tuttora influenza cinema e narrativa moderna e che superò alcuni triti schemi del periodo
irrazionale del romanzo gotico, per far entrare in modo trionfante una visione quasi scientifica o
fantascientifica dell’orrore. Non a caso, il testo riprende gli elementi del Vathek, sulla scienza che si
spinge oltre i confini naturali cercando di prendere il posto di Dio. Affronta, dunque, temi attuali ancor
oggi che spiegano l’intramontabile fascino che il libro della Shelley esercita ancora su ogni autore e
lettore e che mette in discussione i limiti della scienza oltre i quali non è lecito spingersi. Ma è anche
frutto del suo tempo, un’età fatta di progressi e timori, in cui il rapporto uomo e natura stava
inesorabilmente cambiando di prospettiva e persino il tema del diverso emarginato dalla società civile,
poiché scomodo. Abbiamo poi tutta la serie di libri gotici che si incentrano sul lato più sensuale del
gotico rappresentato dalla figura del vampiro, ad iniziare da William Polidori con Il Vampiro (che fu il
primo a trasformare la creatura frutto del folclore nel dandy aristocratico e demoniaco) per proseguire
con Stoker con il suo Dracula che unì la conturbante e scomoda figura del voivoda transilvano Vlad
Tepes con l’aristocratico succiasangue. Un altro interessante libro è di Charles Robert Maturin (prozio
di Oscar Wilde) ossia Melmoth l’errante (1820):

“Nemico dell'Uomo! Ahimè! Com'è assurdo chiamare così il grande capo degli angeli, la stella del mattino caduta dalla
sua sfera! Quale nemico è più dannoso all'uomo di sé stesso?”

Forse non tutti sanno che questo testo fu considerato da un artista del calibro di Honoré de Balzac
degno di un posto nel firmamento dei capolavori tra Don Giovanni di Molière e il Faust di Goethe tanto
che ne scrisse un seguito, Melmoth il riconciliato. Credo che questo testo sia degno, oggi, di essere letto e
amato come un tempo, dato che lo stesso H.P. Lovecraft lo descrisse come un’enorme evoluzione del
racconto d’orrore.
Le evoluzioni successive del genere furono merito di un grande Edgar Allan Poe che lasciò da parte le
ambientazioni fantastiche (antichi castelli, rovine medievali o monasteri) e gli esseri sovrannaturali per
avvicinarsi all’uomo comune, immergendosi nell’abisso dell’inconscio sempre in eterna lotta con l’io
conscio, elaborando le scissioni della personalità (William Wilson) e le paure individuali e collettive
dell’uomo sociale. Edgar introdusse davvero la psicologia nella letteratura, ponendo in primo piano le
indagini introspettive che saranno poi il fulcro della successiva psicanalisi. Poe è legato, quindi, al dolore
che è l’elemento di cupezza delle sue straordinarie opere e l’idea che la mente sia la vera sede patria dei
demoni che irrimediabilmente mettono in pericolo la psiche dei vari protagonisti. Pertanto, l’elemento
fantastico non è che proiezione di questi incubi interiori, di quest’angoscia che ci sussurra come nella
splendida poesia Il corvo:
“mai più”

Fu da questo filone psicologico che arriveranno poi capolavori come quello di Stevenson, Lo strano caso
del dottor Jekyll e del signor Hyde, in cui si rivela l’idea poeiana dello sdoppiamento della personalità scissa
tra bene e male, tra istinto distruttivo e costruttivo, in eterna antitesi e in eterno incontro/scontro.
Abbiamo poi Sir Arthur Conan Doyle con le fumose e lugubri atmosfere di Sherlock Holmes (in
particolare evidenti ne Il mastino dei Baskerville). È da queste colonne che prenderanno poi vita i generi
del noir, della fantascienza e i veri racconti horror, fino ad arrivare (inchino) al grandissimo H.P.
Lovecraft che prosegue sulla scia gotica e inserendo elementi più tipici dell’horror, che saranno poi
ripresi da Stephen King con Le notti di Salem e la perfetta atmosfera claustrofobica di Shining o It o Pet
Cemetery dove il tema del Revenant (il ritornante, una sorta di morto vivente) è visto sotto un’ottica
orrifica e malsana, come dire che non si gioca con la morte. E, infine, arriviamo a una stupenda Ann
Rice che reinterpreta il lato passionale e erotico del vampiro, ereditato da Carmilla di Lefanu ma che dà
vita a demoni di una malvagità assoluta nella trilogia delle Streghe di Mayfair (lo consiglio vivamente).
E dopo questo breve e sintetico excursus storico, vi consiglio di procurarvene uno e di leggerlo alla luce
della luna di Halloween e di farvi trascinare da questo angoscioso ma sano senso di oppressione
rielaborando i vostri personali incubi. E attenti a chi suonerà alla vostra porta. Specie se sarà un
inquietante pagliaccio con dei palloncini in mano. In quel caso…scappate finché siete in tempo.

1 Matthew Gregory Lewis, detto anche “Monk” Lewis per il successo che appunto ebbe il suo romanzo “Il monaco”.