domenica 22 ottobre 2017

La letteratura gotica e lo spirito di Samhain


di Alessandra Micheli

Finalmente ci siamo!
La festa che molti di noi attendevano con una sorta di ansiosa aspettativa è finalmente arrivata:
Halloween o meglio conosciuta dai Celti come Samhain.
La festa di passaggio dove il velo che separa regno immateriale e quello materiale si assottiglia così tanto
che entrambe le energie, forma e sostanza, possono confluire una nell’universo dell’altra. È per questa
sua atemporalità, questa sua caratteristica sospensione delle leggi della fisica e del regno del dio vivente,
che l’alone numinoso distintivo di questo periodo ci rende quasi folli, quasi spavaldi e ci permette
davvero di sognare e di attraversare dimensioni, livelli di coscienza e magari, perché no, lasciarsi andare
a una caotica baldoria.

È questo il motivo per cui il tempo sospeso diviene meta di travestimenti, di atti che sono al confine tra
il lecito e l’inconsueto e che per questa loro ineffabilità definiamo macabri. Del resto, e qua ci viene
incontro la semantica, il termine stesso macabro è evocativo. Oramai sinonimo di truce, raccapricciante,
è collegata fortemente al tema della morte (vista in modo benevolo nei tempi antichi) e si riferisce alle
famose iconografie della danza macabra, ossia la raffigurazione di una danza sfrenata tra uomini e
scheletri o cadaveri a volte dirette da una rappresentazione simbolica della morte stessa. La funzione
etico-morale di questi quadri (ricordo il bellissimo dipinto di Nicolas Poussin Il ballo della vita umana
al suono del tempo) era ricordare il memento mori, la caducità della vita, un nulla, un effimero istante
rispetto alla vera vita, ossia quella dell’anima. Ce lo ricorda lo stesso Branduardi con Vanità di Vanità:

Vai cercando qua, vai cercando là,
ma quando la morte ti coglierà
che ti resterà delle tue voglie?
Vanità di vanità.
Sei felice, sei, dei piaceri tuoi,
godendo solo d'argento e d'oro,
alla fine che ti resterà?
Vanità di vanità.

Quest’argomento è pertinente a una festa che ha il pregio di ricordarci come la morte, come i nostri
antenati e gli stessi abitanti del regno fatato o della dimensione spirituale, sono vicini a noi, tanto che
possiamo in certi periodi “magici” toccarli con mano e che quindi la morte è soltanto un passaggio da
una condizione all’altra. Pertanto, giochiamo con questo macabro e riallacciamo i rapporti con una
morte da troppo tempo tenuta fuori dalle nostre coscienze e vite e la riabbracciamo come un’amica da
troppo tempo perduta e ritrovata quasi per un caso del fato. Pertanto, ritrovato il significato di macabro più come inquietante, grottesco e fuori dal comune, osserviamo attentamente qual è il genere che più si
avvicina alla nostra festa di Halloween o per meglio chiamarla All Hallows’ Eve (La Vigilia di Tutti i
Santi).

Il genere che fa da sfondo in maniera ottimale a Samhain/Halloween è sicuramente un genere oramai
poco curato ma di impatto scenico e emotivo notevole ossia il gotico.
Cos’è il romanzo gotico?
Questo genere narrativo si sviluppò nella seconda metà del settecento, quasi come reazione alla logica
illuminista e si compose di due elementi importanti e distintivi: il romanticismo (inteso come
espressione dei sentimenti, non come la corrente letteraria) e l’orrore, l’orrido, il grottesco e il dark.
Questi elementi creano il vero contesto in cui le storie prendono vita, l’ambientazione che farà da
padrona a questi libri ossia il periodo medievale, i castelli diroccati, i paesaggi cupi e tenebrosi, l’amore
perduto, i conflitti interiori (che apriranno la strada per i successivi romanzi a sfondo psicologico come
William Wilson di Edgar Allan Poe) e, ovviamente, il sovrannaturale.
Si considererà precursore, nonché padre del genere, un certo Horace Walpole creatore del bellissimo Il
castello di Otranto del 1764 (libro che consiglio vivamente). Il testo, perfetto in ogni suo elemento, si
presenterà come traduzione di un antico manoscritto di origine italiana ambientato nella Puglia
medievale (che faceva parte del regno delle due Sicilie del re Manfredi), escamotage che donerà al
racconto un certo alone di leggenda e di veridicità, che verrà disturbata dall’intromissione dell’elemento
magico. E sarà questa tecnica che lo renderà immortale e ancor più inquietante, confondendo lo stato
della veglia e lo stato del sogno, ottimo per essere letto nelle strane notti di Halloween.
Cosa ancor più interessante è che il nostro prode Horace ordinò la costruzione di un castello nelle
campagne inglesi chiamato Strawberry Hill. Ed è in questa fortezza che l’autore diede alla luce il suo
testo, come se per crearlo si fosse reso necessario assorbire le necessarie energie per dare vita a incubi e
per creare quel suo stile nefasto. Il castello è fondamentale proprio per comprendere l’anima “nera” del
genere, un’anima che, come ho già detto, si ribella al razionalismo neoclassico e alla logica dell’età dei
lumi, un’età che poneva la scienza come unico autorevole referente per l’arte e per la creatività. Tutto
questo a scapito dell’emozionalità che con il gotico venne riportata sul piedistallo come necessario
motore dell’azione umana. In questo caso il gotico fu l’antesignano delle teorie di Vilfredo Pareto che
individuava in ogni idea razionalista o scientifica un suo retaggio passionale e illogico che chiamò
Residui. Ed è su questi residui che Walpole e i suoi successori puntarono per dare movimento e
profondità a quelli che oggi possono apparire deliri. Lo struggimento sentimentale, la paura, la
soggezione di fronte al sublime e all’elemento dissonante estraneo diedero maggior consistenza alla
parte dell’ombra che più tardi fu considerata da Jung parte necessaria di un corretto sviluppo psichico.
E così le rovine e le immagini evocative di questi testi poterono accostarsi alla paura e alla certezza di
una lenta e inesorabile decadenza umana, non solo delle creazioni materiali ma anche e soprattutto
morali e legislative.

Pertanto, il nostro Horace aprì di fatto la strada al nuovo filone narrativo, ispirando il romanzo di Clara
Reeve Il vecchio barone inglese del 1777 (titolo originario era The champion of virtue, fu solo nel 1778 che
apparì con il titolo corrente). Questo testo si considera diretto discendente di Il castello di Otranto
incentrando ancora l’attenzione su tradimenti, orrori e la classica ma sempre coinvolgente lotta tra il
bene e il male dove ogni ingiustizia sarà punita e ogni torto verrà risarcito. Ci prova anche William
Beckford con l’opera orientaleggiante Vathek. Anche se in questo testo abbiamo più che altro un tentativo scientifico che più tardi svilupperà Mary Shelley, è interessante notare la caratteristica di
erotismo che Beckford infonde al racconto (erotismo che sarà preponderante nelle opere vampiresche,
in particolare con Carmilla) che si accosterà in un tripudio di emozione al gotico puro e all’orrore.
Se questi due sono i primi tentativi, non si può parlare ancora di gotico in senso stretto ma di proto
gotico e loro pregio è di superare il limite temporale, uscendo dal Medioevo per indirizzarsi verso la
sperimentazione letteraria pura conservando, però, molte caratteristiche intriganti. E posso dire che
Vathek offre spunti di riflessione per poter analizzare uno dei massimi capolavori del genere,
Frankenstein, esplorando le impervie strade di chi, assetato di potere, crederà possibile dominare la
morte e creare la vita divenendo un vero e proprio demiurgo. Pertanto esiste il tema del superamento
dei limiti della coscienza e la volontà sfrontata di esplorare caverne segrete di un mondo sotterraneo
(simbolo della psiche inconscia e degli impulsi) dove però l’equilibrio cosmico si attiva per infrangere il
turpe proposito facendo restare la volontà di potenza una mera illusione. Senza la necessaria coscienza
etica o morale, nessun’azione può essere intrapresa senza che il mondo e dio si ribelli e senza creare
conseguenze atroci. È qua racchiuso anche il senso di una certa morale anglicana che pone l’uomo in
costante sottomissione alle leggi divine e che pervaderà di una certa esegesi moraleggiante molti degli
scritti classici.

Un’altra delle maggiori esponenti del genere è Ann Radcliffe che è capace di creare un vero romanzo
“nero” e che brilla per la sua capacità di creare ambientazioni efficaci e dotata di un’abile capacità
descrittiva di romantici e cupi paesaggi. La nostra Ann riesce nelle sue opere a far cooperare
piacevolmente ragione e sentimento, donando spiegazioni razionali agli elementi misteriosi che
abbondano nei suoi racconti. Ed è questa la novità interessante che apporta la nostra autrice con
l’introduzione di quella che diventerà una vera e propria simbologia psicologica comune a testi di livello
come quelli di Edgar Allan Poe (non a caso la Radcliffe distingue le reazioni di terrore e orrore
donando a entrambe le giuste cadenze di movimento; ricettivo e in grado di dilatare l’animo e donare
un movimento attivo al protagonista il primo, raggelante e paralizzante il secondo). Con I misteri di
Udolpho e L’italiano (1797) incontriamo due eroine (Emily e Ellena) perseguitate da una presenza
maschile, protette dalla loro delicata riservatezza e dal profondo senso del decoro, immerse nel
cattolicesimo (qua si differenzia dalla rigidità anglicana), che fanno affidamento non sull’istinto ma sulla
loro ragionevolezza per il superamento delle difficoltà. E’ presente una certa tendenza al bigottismo
sessuale e morale, evidente anche nel libro L’italiano (la protagonista Elena è rinchiusa in un convento
in un’Italia immaginaria poiché la Radcliffe non l’ha mai visitata) che è, nonostante il suo splendore,
dominato da potenti stereotipi.
Altro capolavoro gotico è opera di Monk Lewis1, uno scrittore inglese che si guadagnò la popolarità
grazie al suo romanzo Il monaco (1796), best-seller dell’epoca. L’ambientazione è quella di un convento
di frati cappuccini (tema che sarà poi ripreso da Il nome della rosa, un libro che ha una certa atmosfera
neogotica) nella Spagna dell’epoca dell’Inquisizione. L’atmosfera è pregna di una claustrofobica
repressione e dall’ambizione opposta alla presunta serenità che ci si aspetta dalla vita dei monaci.
Questo aspetto si oppone all’idealismo della Radcliffe e si incentra sul tentativo, riuscito grazie a una
perfetta prosa, a instaurare nel lettore un senso di terrore dovuto a eventi sovrannaturali, velati però da
un certo erotismo sottile, senza tuttavia eccedere mai. È quest’equilibrio che rende il libro coinvolgente,
una tentazione continua che però non porta mai il lettore a oltrepassare la soglia della decenza; stuzzica,
provoca ma resta nei giusti canoni, risultando - pertanto - più intrigante proprio per questo suo tendere
all’acme senza poterlo mai raggiungere. Seppur mancante della profondità psicologica che caratterizzerà
gli altri successivi romanzi gotici, è tuttavia interessante esempio di come il genere fosse in grado di
unire perfezione stilistica con la capacità di dare movimento al testo tramite colpi di scena che vedono
protagonisti cripte segrete, passaggi sotterranei e descrizioni orrifiche:

“Miriadi d'insetti si posavano sulle sue ferite, conficcandogli i pungiglioni nel corpo e infliggendogli le più acute e
insopportabili torture. Le aquile della roccia gli strapparono le carni pezzo dopo pezzo e con i becchi ritorti gli spiccarono
gli occhi.

Nel proseguire degli anni, il romanzo gotico si stacca dall’elemento soprannaturale assai ridotto fino a
incontrarsi e confondersi con il genere dell’orrore. Ecco che nei primi anni dell’Ottocento abbiamo testi
come quelli di Charlotte Dacre con il suo Zofloya, il romanzo più conosciuto in cui si incentra il tema
delle donne mortali e la vendetta femminile, un tema caro alla saggista Cinzia Tani (in questo libro il
personaggio femminile segue e brutalmente uccide la sua rivale in amore). Purtroppo, il suo testo - un
incontro tra il racconto della brutalità umana e la morale educativa contro la lussuria - resta avvinto
nelle tenebre, poco conosciuto e poco apprezzato, nonostante la nostra autrice fosse stimata da poeti
del calibro di Shelley che fu profondamente influenzato dai suoi romanzi.
E arriviamo a uno dei capolavori indiscussi del gotico, ossia il Frankenstein di Mary Shelley. È questa una
figura intrigante del panorama letterario femminile delle prime decadi dell’Ottocento e la genesi del suo
romanzo è degna di un romanzo. Nel Maggio del 1816, Mary e Percy (sì, lo Shelley poeta) assieme a
Claire Claimont, si diressero assieme al figlio verso Ginevra. Avevano pianificato di trascorrere l’estate
con un altro grande nome della letteratura inglese, Lord Byron (nel raccontarlo l’invidia ancora mi
divora) che di recente aveva iniziato una relazione con la stessa Claire. Lo scopo dell’incontro era quello
di prendere una decisione circa il frutto di questa passione proibita e fu così che nel 1816 presero in
affitto la Maison Chapuis nei pressi della villa in cui Byron risiedeva, Villa Diodati, vicino al villaggio
di Cologny. Byron era accompagnato da un giovane medico, suo segretario, un certo Willam Polidori.

Vi suona forse famigliare?
L’estate, ahimè non fu clemente; piovosa e lugubre, li costringeva a stare per intere noiose giornate
dentro le abitazioni e, seppur impegnati in discorsi di un certo spessore culturale, la noia abitava
sovrana nel loro animo. E fu così che Byron (dio lo abbia in gloria) propose un gioco: ognuno di essi
avrebbe dovuto scrivere un racconto dell’orrore. Fu in quell’atmosfera lugubre che nacquero il
Frankenstein e anche il primo racconto di vampiri, molto prima del celeberrimo Stoker, ad opera di
Polidori.
Il libro fu frutto di un sogno, Mary nel dormiveglia produsse una meraviglia, quasi fosse ispirata dalla
musa:

"Vedevo - a occhi chiusi ma con una percezione mentale acuta- il pallido studioso di arti profane inginocchiato accanto
alla "cosa" che aveva messo insieme. Vedevo l'orrenda sagoma di un uomo sdraiato, e poi, all'entrata in funzione di
qualche potente macchinario, lo vedevo mostrare segni di vita e muoversi di un movimento impacciato, quasi vitale. Una
cosa terrificante, perché terrificante sarebbe stato il risultato di un qualsiasi tentativo umano di imitare lo stupendo
meccanismo del Creatore del mondo.”

Ecco che da un ilare gioco venne pubblicato nel 1818 anonimo il Frankenstein, ovvero il moderno
Prometeo che tuttora influenza cinema e narrativa moderna e che superò alcuni triti schemi del periodo
irrazionale del romanzo gotico, per far entrare in modo trionfante una visione quasi scientifica o
fantascientifica dell’orrore. Non a caso, il testo riprende gli elementi del Vathek, sulla scienza che si
spinge oltre i confini naturali cercando di prendere il posto di Dio. Affronta, dunque, temi attuali ancor
oggi che spiegano l’intramontabile fascino che il libro della Shelley esercita ancora su ogni autore e
lettore e che mette in discussione i limiti della scienza oltre i quali non è lecito spingersi. Ma è anche
frutto del suo tempo, un’età fatta di progressi e timori, in cui il rapporto uomo e natura stava
inesorabilmente cambiando di prospettiva e persino il tema del diverso emarginato dalla società civile,
poiché scomodo. Abbiamo poi tutta la serie di libri gotici che si incentrano sul lato più sensuale del
gotico rappresentato dalla figura del vampiro, ad iniziare da William Polidori con Il Vampiro (che fu il
primo a trasformare la creatura frutto del folclore nel dandy aristocratico e demoniaco) per proseguire
con Stoker con il suo Dracula che unì la conturbante e scomoda figura del voivoda transilvano Vlad
Tepes con l’aristocratico succiasangue. Un altro interessante libro è di Charles Robert Maturin (prozio
di Oscar Wilde) ossia Melmoth l’errante (1820):

“Nemico dell'Uomo! Ahimè! Com'è assurdo chiamare così il grande capo degli angeli, la stella del mattino caduta dalla
sua sfera! Quale nemico è più dannoso all'uomo di sé stesso?”

Forse non tutti sanno che questo testo fu considerato da un artista del calibro di Honoré de Balzac
degno di un posto nel firmamento dei capolavori tra Don Giovanni di Molière e il Faust di Goethe tanto
che ne scrisse un seguito, Melmoth il riconciliato. Credo che questo testo sia degno, oggi, di essere letto e
amato come un tempo, dato che lo stesso H.P. Lovecraft lo descrisse come un’enorme evoluzione del
racconto d’orrore.
Le evoluzioni successive del genere furono merito di un grande Edgar Allan Poe che lasciò da parte le
ambientazioni fantastiche (antichi castelli, rovine medievali o monasteri) e gli esseri sovrannaturali per
avvicinarsi all’uomo comune, immergendosi nell’abisso dell’inconscio sempre in eterna lotta con l’io
conscio, elaborando le scissioni della personalità (William Wilson) e le paure individuali e collettive
dell’uomo sociale. Edgar introdusse davvero la psicologia nella letteratura, ponendo in primo piano le
indagini introspettive che saranno poi il fulcro della successiva psicanalisi. Poe è legato, quindi, al dolore
che è l’elemento di cupezza delle sue straordinarie opere e l’idea che la mente sia la vera sede patria dei
demoni che irrimediabilmente mettono in pericolo la psiche dei vari protagonisti. Pertanto, l’elemento
fantastico non è che proiezione di questi incubi interiori, di quest’angoscia che ci sussurra come nella
splendida poesia Il corvo:
“mai più”

Fu da questo filone psicologico che arriveranno poi capolavori come quello di Stevenson, Lo strano caso
del dottor Jekyll e del signor Hyde, in cui si rivela l’idea poeiana dello sdoppiamento della personalità scissa
tra bene e male, tra istinto distruttivo e costruttivo, in eterna antitesi e in eterno incontro/scontro.
Abbiamo poi Sir Arthur Conan Doyle con le fumose e lugubri atmosfere di Sherlock Holmes (in
particolare evidenti ne Il mastino dei Baskerville). È da queste colonne che prenderanno poi vita i generi
del noir, della fantascienza e i veri racconti horror, fino ad arrivare (inchino) al grandissimo H.P.
Lovecraft che prosegue sulla scia gotica e inserendo elementi più tipici dell’horror, che saranno poi
ripresi da Stephen King con Le notti di Salem e la perfetta atmosfera claustrofobica di Shining o It o Pet
Cemetery dove il tema del Revenant (il ritornante, una sorta di morto vivente) è visto sotto un’ottica
orrifica e malsana, come dire che non si gioca con la morte. E, infine, arriviamo a una stupenda Ann
Rice che reinterpreta il lato passionale e erotico del vampiro, ereditato da Carmilla di Lefanu ma che dà
vita a demoni di una malvagità assoluta nella trilogia delle Streghe di Mayfair (lo consiglio vivamente).
E dopo questo breve e sintetico excursus storico, vi consiglio di procurarvene uno e di leggerlo alla luce
della luna di Halloween e di farvi trascinare da questo angoscioso ma sano senso di oppressione
rielaborando i vostri personali incubi. E attenti a chi suonerà alla vostra porta. Specie se sarà un
inquietante pagliaccio con dei palloncini in mano. In quel caso…scappate finché siete in tempo.

1 Matthew Gregory Lewis, detto anche “Monk” Lewis per il successo che appunto ebbe il suo romanzo “Il monaco”.