venerdì 21 ottobre 2016

Le tradizioni del giorno dei Morti in Italia


Giorni fa abbiamo pubblicato l'articolo "Quando Halloween si festeggiava in Italia" spiegando come le varie tradizioni europee si sono fuse e hanno lasciato le loro impronte qui nel nostro paese.
Oggi vi proponiamo l'articolo del nostro attivista ufficiale Marco Morgana Vettorel che ha analizzato regione per regione come si festeggia nei gioni di Halloween e della Festa di Morti.
Ulteriore testimonianza che Halloween è strettamente legato al nostro paese si da tempi antichi



ABRUZZO: In Abruzzo, come in molte regioni italiane, era diffusa l’usanza di decorare le zucche (scavandole e intagliandole, per poi illuminarle con l’ausilio di una candela accesa e sistemata all’interno). Inoltre la sera della vigilia di Ognissanti i giovani dei paesi bussavano alle porte delle case chiedendo offerte per i defunti, solitamente frutta di stagione, frutta secca e dolci. Questa tradizione è rimasta viva in alcune località abruzzesi. Diffusa era anche l'usanza della questua fatta da schiere di ragazzi o di contadini e artigiani che vanno di casa in casa cantando un'appropriata canzone. Dopo cena, il tavolo da pranzo veniva apparecchiato per ristorare le anime dei defunti che tornavano a far visita ai vivi durante la notte e si lasciavano, per illuminare il loro sentiero verso casa, tanti lumini accesi alle finestre quante erano le anime care. Una delle più belle e dolenti poesie di Giovanni Pascoli, “La tovaglia”, fa riferimento proprio a questa usanza, diffusa in buona parte dell’Italia, di lasciare la tavola apparecchiata la notte della vigilia di Ognissanti per consentire ai propri cari trapassati di riposare e rifocillarsi: 

[...]Lascia che vengano i morti,
i buoni, i poveri morti.
Oh! la notte nera nera,
di vento, d’acqua, di neve,
lascia ch’entrino da sera,
col loro anelito lieve;
che alla mensa torno torno
riposino fino a giorno,
cercando fatti lontani
col capo tra le due mani.[...]

BASILICATA: Esistevano diverse tradizioni nei vari paesi ma, tra le usanze comuni della Basilicata, ritroviamo il rito di lasciare la tavola imbandita per i defunti in visita quella notte, per ristorarli durante il loro ritorno. Nella città di Matera esiste una credenza particolare che narra dei morti che scendono in città dalle colline del cimitero, stringendo un cero acceso nella mano destra. In alcuni paesi della Basilicata, dopo aver messo tutti a riposo, la donna di casa riponeva sui davanzali della propria casa del cibo, acqua e frutta come offerta ai defunti che giravano durante la notte: sistemate le offerte, come ogni abitante della casa, doveva andare a letto prima della mezzanotte per evitare di incontrare le anime dei morti.

CALABRIA: In questa regione si usava la sera della vigilia di Ognissanti andare in corteo al cimitero dove, dopo le preghiere e le benedizioni per i propri defunti, veniva imbandito un banchetto sulle tombe dove tutti quanti erano invitati a partecipare. Nel paese Serra San Bruno, ancora oggi vi è la secolare tradizione del "Coccalu di muortu": i ragazzini, dopo aver intagliato una zucca riproducendo un teschio (in dialetto serrese, appunto, "Coccalu di muortu"), gironzolavano per le vie del paese  tenendo in mano la loro creazione e, o bussando agli usci delle case oppure rivolgendosi direttamente alle persone che incontravano per strada, esordendo con la frase: "Mi lu pagati lu coccalu?" ("Me lo pagate il teschio?").

CAMPANIA: In questa regione si usava (e si usa tutt’oggi) preparare dei dolcetti in occasione di Ognissanti: il torrone dei morti (si tratta di un torrone morbido a base di cioccolato che si trova in tantissime varianti, le più gettonate alla nocciola e alla gianduia) e il cosiddetto "monachino”. Era usanza diffusa lasciare un secchio colmo d’acqua in cucina perché i defunti potessero dissetarsi.

EMILIA-ROMAGNA: Era diffusa la tradizione della "Carità di murt", un’antica usanza emiliana legata all'abitudine dei poveri di recarsi di casa in casa chiedendo cibi di ogni genere per calmare così le anime dei defunti. Si preparavano la piada dei morti  e le ossa dei morti, dolci tipici della vigilia di Ognissanti. La notte del 31 ottobre era usanza sistemare delle zucche intagliate (con lumini dentro), sui muri dei cimiteri per fare scherzi a coloro che passavano nei dintorni. Alcuni ragazzi si divertivano anche a nascondersi dietro le siepi (che una volta erano lungo le strade di campagna) per uscire con la zucca accesa non appena uno "sventurato" si trovava a passare di lì. La zucca illuminata si chiamava "la Piligréna". Questo nome, oltre  ad essere usato per identificare la zucca intagliata e i festeggiamenti di quella notte in Romagna, è anche il nome di uno spirito, la pellegrina, legato ad un fatto avvenuto durante gli anni Trenta. Un carrettiere detto Sintinè doveva trasportare un carico di legna da Solarolo e Lugo. La strada che allora collegava i due paesini passava davanti al cimitero. Sintinè decise di far riposare il suo cavallo asmatico prima del cimitero. Poi diede alla bestia una frustata in modo da fargli fare una corsa veloce e superare così di fretta il tratto oscuro. Il cavallo correva veloce, ma ecco che davanti al cimitero si impennò: la Piligrena era davanti al carro ed era così orrenda che il povero carrettiere gridò e svenne. Un contadino accorso alle sue grida lo trovò morente. Si racconta che il fatto cosi raccontato sia un sunto delle ultime parole di Sintinè al contadino prima di spirare. Come in altre regioni italiane, venivano preparati dei dolcetti chiamati “ossa dei morti”; nella zona di Parma sono tuttora mangiati e si vendono in molte pasticcerie: solitamente sono di pastafrolla e decorate con glassa di zucchero colorata o con cioccolata con l’aggiunta di codette di zucchero colorate.

FRIULI-VENEZIA GIULIA: In Friuli, come nelle vallate delle  Alpi lombarde, era diffusa la credenza che nella notte dei morti questi potessero uscire dalle tombe, andando in pellegrinaggio nelle chiese fuori dall’abitato  e chi vi fosse entrato in quella notte le avrebbe trovate affollate da una moltitudine di gente che non vive più e che scomparirà al canto del gallo o al levar della "bella stella".  In molti paesi era usanza, dopo la messa serale del primo novembre, andare in processione la notte in cimitero per mandare benedizioni ai cari defunti (usanza praticata ancora oggi). Anche nel Friuli (e nel Veneto, dette lumère, suche baruche o suche dei morti) era diffusa la tradizione di intagliare zucche con fattezze di teschio. Inoltre era diffusa una tradizione simile a quella del "dolcetto o scherzetto", ma applicata nelle festività natalizie o carnevalesche, feste che hanno pure origine come riti di passaggio d'anno, similmente a Halloween. In queste occasioni i bambini, travestiti da figure spaventose e mostruose per personificare le anime dei morti e mimetizzarsi tra di loro, andavano di casa in casa bussando alle porte e recitando filastrocche il cui significato era quello di chiedere dolci, noci o piccoli regali, in cambio di un augurio per le anime dei trapassati.

LAZIO: A Roma era usanza consumare un pasto vicino alla tomba di un caro defunto, per tenergli compagnia. Come per la Toscana c'era l'usanza di fare scherzi alle persone e intagliare volti sulle zucche per usarle come lanterne. Un gioco tradizionale consisteva, dopo il tramonto, nel vestire una zucca intagliata (ed illuminata da una candela sistemata al suo interno) con stracci o vecchi vestiti, dopo averla sistemata fuori casa, nel muretto o nell’orto: a questo punto si mandava fuori casa uno dei bambini per spaventarlo. Questa usanza avrebbe origine intorno alla seconda metà dell’Ottocento. La zucca intagliata ed illuminata prendeva spesso il nome “La Morte”.
LIGURIA: Per tradizione venivano preparati i bacilli (fave secche) e i balletti (castagne bollite). Tanti anni fa, la notte del 1 novembre, i bambini si recavano di casa in casa, per ricevere il "ben dei morti", ovvero fave, castagne e fichi secchi. Dopo aver detto le preghiere, i nonni raccontavano loro storie e leggende paurose. Anche in Liguria era tradizione intagliare volti nelle zucche ed illuminarle con un cero sistemato all’interno dell’ortaggio, disponendole poi nei pressi di chiese di campagna o cimiteri per spaventare i passanti.

LOMBARDIA: In Lombardia come in Veneto ed altre regioni italiane, si usava preparare dei dolcetti in ricordo dei defunti chiamati "oss de mort". Qui c'era anche l'usanza di preparare il "pan dei morti", chiamato “Pà dei morcc”, un delizioso dolcetto diffuso nel milanese e nel bresciano sin dal XV secolo. Anche a Milano e in Brianza si usava intagliare delle zucche arancioni per inserirvi le candele sul fondo (chiamate "Lumere") ed andare in giro a spaventare le vecchiette, andando anche di casa in casa a chiedere del cibo: noci, nocciole, castagne. A casa si lasciava una ciotola di latte, un bicchiere di vino rosso e del cibo, per i defunti, sul davanzale delle finestre. A Bormio e altri paesi della Lombardia, la notte del 2 novembre si era soliti mettere sul davanzale una zucca riempita di vino. Nella zona attorno a Vigevano e in Lomellina c’era l’abitudine di lasciare in cucina un secchio d’acqua fresca, una zucca piena di vino, il fuoco acceso e le sedie attorno al focolare. Nel cremonese era presente una tradizione particolare: la sveglia suonava all’alba e i letti venivano rifatti il prima possibile per offrire riposo ai defunti in visita dall’aldilà.

MARCHE: Le tradizioni di Halloween delle Marche sono identiche a quelle presenti in Umbria: si usava preparare dei dolcetti chiamati "Stinchetti dei Morti", che venivano mangiati il giorno dei morti per cercare di alleviare la tristezza per i cari amati che non ci sono più. Nelle Marche questi dolci prendevano il nome di "fave dei morti” ed avevano una ricetta particolare, che si tramandava di nonna in nonna.

MOLISE: L'usanza di intagliare la zucca era d’uso anche in Molise: si dava alla zucca la forma di un volto umano, si metteva una candela all'interno creando così la "mort cazzuta" (“cazzuta” deriva dalla parola “caz” che in lingua punico-fenicia significa tagliare). A Pescolanciano, fino al secolo scorso, la vigilia e la sera di Ognissanti, sui davanzali delle finestre e agli angoli delle strade buie, per far paura ai passanti, si esponevano delle zucche intagliate a mo’ di teschio, con all’interno un piccolo cero. Il giorno di Ognissanti gruppetti di questuanti giravano per il paese bussando agli usci delle case e i paesani davano loro legumi e frutta di stagione. Si preparavano cene da consumare in compagnia di amici e parenti e delle porzioni venivano lasciate sulle finestre come offerte per i defunti.
PIEMONTE: Si usava la sera di Ognissanti, radunarsi a recitare il rosario tra parenti e a cenare con le castagne. Finita la cena, la tavola non veniva sparecchiata: rimaneva imbandita col resto avanzato in quanto si riteneva che i trapassati tornavano a cibarsene. La famiglia riunita, dopo la cena, lasciava l’abitazione vuota per permettere agli spiriti di rifocillarsi, andando nel mentre in cimitero. In questa maniera veniva lasciata ai defunti la libertà di sfamarsi in pace (e chiacchierare tra loro, in particolare a proposito del destino dei vivi) prima di tornare nell’aldilà. Il ritorno dei vivi a casa veniva annunciato dal suono delle campane così che gli spiriti potevano andare via senza creare fastidi. Stessa cosa avveniva in Val d'Aosta. Nella notte tra il 1 e il 2 Novembre in alcuni paesi piemontesi, oltra alla tradizione di lasciare imbandita la tavola, era presente anche l’usanza di sistemare i letti per far riposare gli spiriti dei defunti in visita, dalle fatiche del viaggio. 

PUGLIA: La sera precedente al due novembre si apparecchiava la tavola per i morti che restavano in visita fino a Natale o l'Epifania. In alcuni paesi si scavavano e intagliavano le zucche, si accendevano fuochi nelle piazze e incroci e si cucinava alla brace. Gli avanzi venivano offerti ai defunti. Alla mezzanotte del 31 Ottobre davanti alle fotografie dei defunti si sistemavano dei ceri che dovevano bruciare per tutta la notte, affinché la loro luce guidasse gli spiriti dei defunti verso casa. In alcuni paesi come Paternò (CT) il giorno di tutti i Santi ci si recava al cimitero a visitare i morti insieme ai bambini e, insieme alle preghiere, si chiedevano dei doni. La sera si andava a letto presto perché, secondo la tradizione, a mezzanotte le anime dei defunti portavano i regali. Ad Orsara in particolare, la festa veniva (e viene ancora oggi chiamata) “Fuuc acost" e coinvolge tutto il paese. Si decoravano le zucche chiamate “cocce priatorje", si accendevano falò (anticamente di rami di ginestre) agli incroci e nelle piazze per mostrare la strada di casa ai defunti e si cucinava sulle loro braci; gli avanzi venivano riservati ai morti, lasciandoli disposti agli angoli delle strade. Diffusa era anche l'usanza della questua fatta da schiere di ragazzi o di contadini e artigiani che vanno di casa in casa cantando un'appropriata canzone. Questa costumanza in Puglia si chiamava "l'aneme de muerte" e si apriva con questa specie di breve serenata rivolta alla massaia:

"Chemmare Tizie te venghe a cantà
L'aneme de le muerte mò m'a da dà.
Ah ueullà ali uellì
Mittete la cammise e vien ad aprì."

La persona a cui era rivolta la canzone di questua si alzava, faceva entrare in casa la brigata ed offriva vino, castagne, taralli e altro. A Massafra gli anziani raccontavano che la notte del 31 ottobre l’ “aneme du priatorie" (anime del purgatorio) lasciavano il cimitero e percorrevano in processione le vie del centro storico usando il pollice a mo' di candela, raggiungendo le chiese per celebrare la messa dei morti. Se incontravano qualcuno per strada lo portavano con sé. La tradizione popolare vuole che un tale mentre si recava al lavoro all'alba vide che in chiesa c'era la messa e vi entrò. Al termine della messa quando il prete si girò per la benedizione, si accorse che era senza naso. Solo allora si rese conto che tutti quelli che erano intorno a lui erano morti e fu sopraffatto. Le anime del purgatorio erano molto rispettate dagli anziani tanto che a loro era dedicato un posto a tavola con tanto di posate e tovagliolo. Le anime rientravano nel cimitero la notte dell'Epifania.

SARDEGNA: Anche qui si usava intagliare la zucca a forma di teschio, prendendo il nome di "sa conca e mortu". La sera del primo Novembre dopo la visita al cimitero e la messa, la gente tornava a casa a cenare con tutta la famiglia riunita. Dopo il pasto non si sparecchiava la tavola ma si lasciavano offerte di cibo per gli spiriti dei defunti in visita. Una peculiarità era la festa delle "anime" detta anche "a su mortu mortu": gruppi di bambini andavano per il paese bussando di casa in casa, dicendo di essere "is animeddas". I bambini in cambio ricevevano dolci; il dolce era considerato un pegno dato in ricordo dei propri cari scomparsi. Anche nel nuorese le zucche venivano intagliate con facce spiritate ed utilizzate per fare scherzi e spaventare i più piccoli. Nel nord dell'isola, si festeggia tutt’ora l’antica festa di Sant'Andrea celebrata a Martis e in altri comuni dell'Anglona e del Goceano: la notte del 30 novembre gli adulti vanno per le vie del paese percuotendo fra loro graticole, coltelli e scuri allo scopo di intimorire i ragazzi e i bambini che nel frattempo vagano per le strade con delle zucche vuote intagliate a forma di teschio e illuminate all'interno da una candela. I giovani, quando vanno a bussare nelle case, annunciano la loro presenza battendo coperchi e mestoli e recitando una enigmatica e minacciosa filastrocca nella locale parlata sardo-corsa Sant'Andria muzza li mani!!... (Sant'Andrea mozza le mani) ricevendo in cambio, per questa loro esibizione, dolci, mandarini, fichi secchi, bibite e denaro.

SICILIA: Anche in Sicilia, come in altre regioni del Sud, quella di Ognissanti è ancora oggi una festa speciale, soprattutto per i più piccoli che ricevono dei doni dai defunti. Dolci e frutta secca sono il premio che si aggiudicano i ragazzi che sono stati buoni durante l’anno. Più sono buoni e più dolci ricevono. I doni da parte dei defunti sono definiti “li cosi dei morti”. In Sicilia il 2 novembre si mangiano, come in Veneto ed altre regioni italiane (anche se delle volte diverse nella ricetta) le ossa dei morti: dolci di pasta di mandorle vendute sin dalla vigilia fino a tutto il 2 novembre. Nella zona di Palermo per celebrare il giorno di Ognissanti si usa preparare la "frutta di Martorana". E' un tipico dolce siciliano simile al marzapane a base di farina di mandorle e zucchero e confezionato sotto forma di frutta. E' molto simile al marzapane, ma più dolce e saporito. Si usa preparare anche dei dolci chiamati le “mani”, ovvero dei panini dolci a forma di mani e le “dita di apostolo”, dolci di marzapane simili appunto alle dita della mano.  In terra sicula la commemorazione dei morti rappresentava, e rappresenta tuttora, una vera e propria festa per i bambini che, attraverso questo primo contatto festoso e innocente, imparano ad esorcizzare la paura della morte e dell’ignoto.

TOSCANA: Anche in questa regione era presente l'uso delle zucche nel gioco dello "zozzo". Dopo aver scavato e intagliato la zucca, la si vestiva in modo che sembrasse un vero mostro e veniva posta in giardino in modo da spaventare la vittima dello scherzo. In Toscana, nella provincia di Massa Carrara, la giornata era l'occasione del bèn d'i morti, con il quale in origine gli estinti lasciavano in eredità alla famiglia l'onore di distribuire cibo ai più bisognosi, mentre chi possedeva una cantina offriva ad ognuno un bicchiere di vino; ai bambini inoltre veniva messa al collo la sfilza, una collana fatta di mele e castagne bollite. Vicino Grosseto era tradizione cucire delle grandi tasche sulla parte anteriore dei vestiti dei bambini orfani, affinché ognuno potesse metterci qualcosa in offerta, cibo o denaro. Vi era inoltre l'usanza di mettere delle piccole scarpe sulle tombe dei bambini defunti perché si pensava che nella notte del 2 novembre le loro anime (dette angioletti) tornassero in mezzo ai vivi. Veniva cucinato il pan dei santi, talvolta chiamato anche pan dei morti (ma attenzione a non confonderlo con quello lombardo, sono due dolci diversi). Prodotto dal 2 novembre fino a dicembre, prima dell’arrivo delle festività natalizie, è un dolce da forno a base di farina, noci, miele, strutto e uvetta, insaporito con del pepe nero che gli dà una nota davvero particolare.

TRENTINO-ALTO ADIGE: Il 2 Novembre si usava una pratica simile al dolcetto e scherzetto per i più piccoli: quando si bussava alla porta si diceva "cuzze per i vivi, requie per i morti, carità per i vossi pori morti". In Trentino erano le campane, suonando, a richiamare le anime. Dentro casa veniva lasciata una tavola apparecchiata e il focolare accesso per i defunti. Si usava preparare dei dolcetti chiamati “cavalli”: erano pani dolci di grandi dimensioni. Le origini, non del tutto certe, sono legate probabilmente all’antico culto della dea Epona, protettrice dei cavalli (epos), che accompagnava le anime dei defunti nell’Oltretomba.

UMBRIA: In questa ragione si usava preparare dei dolcetti chiamati "Stinchetti dei Morti" che venivano mangiati il giorno dei morti per cercare di alleviare la tristezza per i cari amati defunti. Infatti sostituivano le carezze di una persona cara trapassata. Questi dolcetti devozionali si consumavano, da antichissimo tempo, in molte regioni durante la ricorrenza dei defunti, in Veneto si chiamavano Ossi dei Morti e in altre regioni Fave dei Morti.  Questi dolci di solito si preparavano con una base di mandorle tritate e zucchero, farina, burro, buccia di limone. In Valnerina, in Umbria, fino a non molti anni fa le strade che conducevano ai cimiteri erano punteggiate da bancarelle che vendevano proprio questi squisiti dolcetti. In questa regione si svolge ancora oggi la Fiera dei Morti, una sorta di rituale che simboleggia i cicli della vita.

VALLE D'AOSTA: Il 1/2 Novembre si vegliava davanti al fuoco lasciando la tavola imbandita di cibo per i defunti in visita. In varie zone d'Italia è diffusa la credenza che i morti tornino a bussare alla porta dei vivi per chiedere benedizioni per la loro anima nelle pene del Purgatorio. Fino agli anni '50, le parrocchie di Aosta continuavano a suonare ad intervalli le loro campane dal crepuscolo e per tutta la notte e nel pomeriggio di Ognissanti in tutti i café della città si distribuivano gratuitamente le caldarroste. E proprio con le foglie essiccate delle castagne si faceva la tipica “Kiuva”, un ammasso di fogliame conservato all'aperto per essere poi dato da mangiare alle capre durante l'inverno. Alcune famiglie tengono viva ancora oggi una tradizione un tempo osservata in tutte le case la notte tra la festa di Ognissanti e la ricorrenza dei defunti: la sera, preparavano la tavola per i loro cari passati all’altra vita, i bons défunts, mettendo a loro disposizione, per un pasto notturno, caldarroste, vino, formaggio, pane e salsicce.

VENETO: In Veneto, le zucche erano le protagoniste della tradizione; non solo nella cucina di questo periodo (famoso il risotto di zucca), era infatti usanza scavare e intagliare le zucche, che venivano poi illuminate con una candela accesa al loro interno.  Le candele poste al loro interno rappresentavano la resurrezione e, le zucche illuminate, venivano esposte nei davanzali (prendevano il nome di "suca baruca" e in alcune città presso Verona-Vicenza il nome di "Lumere"). Nei balconi-davanzali veniva lasciata in offerta una zucca vuota ripiena di vino come in Lombardia. Anche qui si preparavano gli "oss de mort" e si lasciava a tavola, prima di andare a dormire, un piatto col cibo preferito dai parenti defunti in visita, per ristorarli durante la loro visita. A Vicenza, la mattina del due novembre le donne si alzavano più presto del solito e si allontanavano dalla casa dopo aver rifatto i letti per bene, perché le povere anime del purgatorio potessero trovarvi riposo per l'intera giornata. Dai racconti dei nonni emerge un’altra usanza simile  a quella romagnola: al calare della sera, i ragazzi si divertivano ad intagliare zucche, illuminandole posizionando un lumino acceso all’interno. Una volta pronte, andavano per le oscure strade di campagna o nei pressi dei cimiteri, si nascondevano dietro a siepi ed alberi e, appena passava qualche ignaro in bicicletta o a piedi, usavano le zucche illuminate per fare scherzi paurosi e dispetti. A Venezia il giorno di San Martino (11 novembre) i ragazzini hanno ancora oggi l'usanza di andare per le strade sbattendo pentole e chiedendo doni cantando filastrocche. Ecco un esempio:
San Martin xe 'ndà in sofita/ a trovar la so novissa./ So novissa no ghe gera,/ el xe 'ndà col cuo par tera/ viva viva san Martin/ Viva el nostro re del vin!/

San Martin m'ha mandà qua/ che ghe fassa la carità./ Anca lu col ghe n'aveva,/ carità el ghe ne fasseva/ Viva viva san Martin/ Viva el nostro re del vin!/
Fè atension che semo tanti/ E gavemo fame tuti quanti/ Stè tenti a no darne poco/ Perché se no stemo qua un toco!/

Se si è ricevuto qualcosa si prosegue con:
E con questo ringraziemo/ Del bon anemo e del bon cuor/ 'N altro ano tornaremo/ Se ghe piase al bon Signor/ E col nostro sachetin/ Viva, viva S.Martin./
Se non si è ricevuto niente invece si canta:
Tanti ciodi gh'è in sta porta/ Tanti diavoli che ve porta/ Tanti ciodi gh'è in sto muro/ Tanti bruschi ve vegna sul culo./

Con i soldi guadagnati in questa maniera si acquista il tradizionale dolce di san Martino, che esiste in due versioni: un dolce di pasta frolla a forma del santo a cavallo con spada e mantello, guarnito con glassa di zucchero colorata, praline, caramelle e cioccolatini, oppure (versione più antica) un dolce di cotognata. Tipici della festa sono anche i dolcetti di cotognata (persegada) di varie fogge.





BIBLIOGRAFIA:
- Wikipedia, Halloween.
- "Halloween. Origini, significato e tradizione di una festa antica anche in Italia" di Baldini Eraldo e Bellosi Giuseppe.
- "Le vere origini di Halloween" di Sara Bernini, Monica Casalini, Luce e Chiara Rancati. Anguana Edizioni
- Testimonianze e interviste a diversi utenti di Facebook oltre a nonni e parenti anziani. Si ringrazia in particolar modo gli utenti della pagina Cuore di Strega che hanno voluto contribuire con i propri ricordi.

CREDITI D'IMMAGINE
Foto in copertina: Lumere a Mantova
Cortesia del sito urbanpost.it

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